Quarantanove miliardi di euro. A tanto ammonta la cifra che l’Italia destina oggi alla difesa.
Una cifra destinata ad aumentare nei prossimi anni, poiché la NATO ha chiesto agli alleati atlantici di aumentare in maniera significativa gli investimenti fino al 5% del Pil entro il 2035 (3,5% per la difesa e 1,5% per sicurezza, resilienza e infrastrutture) di ciascun Paese membro.
Di numeri e percentuali, gli alleati europei ne stanno discutendo oggi – mercoledì 8 luglio 2026 – ad Ankara per il vertice Nato sulla Difesa.
L’Italia, che non è tra i Paesi che spendono di più per la difesa, fino ad oggi ha investito – secondo i dati diffusi dall’Alleanza – solo il 2,1% del Pil, posizionandosi al di sotto della media per la spesa militare.
Una percentuale apparentemente tecnica, dietro la quale però si cela una domanda molto concreta: quanto vuole spendere l'Italia per la propria sicurezza e quali risorse dovrà trovare per farlo?
Il dato, tuttavia, tiene conto solo della spesa militare, mentre se si considerano – cosa che il governo sostiene – anche le spese per la sicurezza, le infrastrutture e la cybersicurezza, allora la percentuale sale al 2,8% del PIL nel 2026. Questa sarebbe la cifra che il governo Meloni ha presentato agli alleati in vista del vertice.
Il 2,1% del Pil corrisponde a circa 49 miliardi di euro che corrisponde a quanto ha speso davvero l’Italia – in base ai dati ufficiali – per la difesa. Di questi- bisogna sottolinearlo per chiarezza - solo una parte viene utilizzata per acquistare nuove armi, mentre il resto finanzia personale, addestramento, manutenzione e funzionamento delle Forze armate.
Gli investimenti in nuovi sistemi d'arma rappresentano, infatti, solo una quota della spesa complessiva che negli ultimi anni valgono indicativamente tra i 10 e i 15 miliardi di euro l’anno.
È tanto? È poco? Dipende. La media dei membri europei della Nato e del Canada è stimata intorno al 2,53% della sola spesa per la difesa (3,5% entro il 2035). Roma con il 2,1% del Pil, quindi è sotto la media sei considera solo la spesa militare tradizionale, mentre migliora la posizione se si applicano criteri più ampi per la sicurezza.
L’Italia non è tra i Paesi che spendono di più per la difesa, ma sta cercando di colmare parte del divario. In base ai dati diffusi dalla Nato, gli Stati che hanno inferto una decisa accelerata agli investimenti militari sono quelli più vicini al confine orientale con la Russia, come Lituania (5,33%), Estonia (5,10%), Lettonia (4,92%), Polonia (4,68%) e Danimarca (3,49%).
Non è un caso, poiché la richiesta di aumentare la spesa nasce soprattutto dal cambiamento dello scenario di sicurezza europeo dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022.
A giugno 2025 l’Italia ha firmato l’accordo sulla difesa Nato, il problema tuttavia resta quello di trovare le risorse necessarie per mantenere l’impegno assunto con gli alleati senza gravare troppo sui conti pubblici.

Roma non ha sempre speso il 2,1% del suo prodotto interno lordo per la difesa, ma per molti anni si è tenuta al disotto del 2% previsto dalla NATO fino al 2025. Il superamento del 2% è stato il frutto di un chiaro impegno politico che si è tradotto in un aumento degli investimenti nel settore.
Il raggiungimento del nuovo target del 5% entro il 2035, adesso, richiederà un incremento graduale di questi investimenti. Se oggi l’Italia spende 49 miliardi per la difesa, per arrivare al 3,5%, dovrebbe aumentare la spesa di 33 miliardi di euro l’anno.
Questo calcolo si base sul PIL nominale italiano stimato per il 2026 di circa 2.350 miliardi di euro. Ma nel 2035 il calcolo sarà fatto sul PIL di quell'anno, quindi l'importo effettivo dipenderà dalla crescita dell'economia italiana.
L’aumento della spesa per la difesa non riguarda solo una percentuale del PIL, ma una scelta concreta su come destinare le risorse pubbliche nei prossimi anni. La vera sfida per l’Italia sarà trovare i fondi necessari senza compromettere altri capitoli di bilancio.
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