14 Jan, 2026 - 19:30

Sirāt: il fim sensazionalistico di Oliver Laxe si smarrisce proprio nel deserto in cui è ambientato

@mobile Sirāt: il fim sensazionalistico di Oliver Laxe si smarrisce proprio nel deserto in cui è ambientato @elsemobile Sirāt: il fim sensazionalistico di Oliver Laxe si smarrisce proprio nel deserto in cui è ambientato @endmobile

 

C’è un ponte più sottile di un capello e più affilato della lama d’una spada che pende sopra la rovente bocca infuocata dell’inferno. Questo ponte, secondo la tradizione islamica, viene chiamato Ṣirāṭ. E sempre secondo le credenze religiose dell’Islam, il Giorno del Giudizio saremo tutti obbligati ad attraversalo, uno alla volta, per decidere quale sarà la nostra sorte: la condanna eterna al mondo degli inferi o il privilegio di un posto in paradiso. Cadere, precipitando nel vuoto e venire inghiottiti dalle fauci dell’averno, o riuscire a percorrerlo tutto, andando incontro alla pace eterna. E per quanto sia ambientata nel deserto marocchino, e non a strapiombo sull’inferno, la sceneggiatura del nuovo lungometraggio del regista francese di origini galiziane Óliver Laxe, intitolato per l’appunto Ṣirāṭ, sembra la perfetta metafora di questo credo.

Con la presenza quasi costante della musica techno, che induce lo spettatore a sprofondare in uno stato mentale di parziale stordimento, fra meditazione e trance ipnotica, il film mostra il difficile viaggio di un padre di mezza età alla ricerca della figlia scomparsa da diversi mesi, accompagnato dal secondogenito preadolescente e dal loro cane. Mar, così si chiama la ragazza di cui si sono perse le tracce, è un’appassionata di musica elettronica che partecipa spesso ai rave illegali organizzati in località sperdute. Così i due andranno a cercarla in uno di questi Festival musicali non autorizzati ed è da lì che per entrambi inizierà un inaspettato percorso, non solo  fisico ma anche interiore. Sospesi i pregiudizi e il giudizio morale, Luis (Sergi López) ed Esteban (Bruno Núñez) stringeranno un rapporto di vicinanza emotiva e spirituale con altri raver che li aiuteranno ad attraversare le zone desertiche più pericolose.

La pellicola si addentra a passo felpato nelle emozioni e nelle capacità umane, soprattutto la propensione alla condivisione di beni, come cibo o acqua, superando l’avidità, l’egoismo e l’ingordigia, che emergono in situazioni di estremo rischio. Ṣirāṭ rappresenta la fragile condizione dell’uomo, dove esistere significa stare in equilibrio al di sopra del vuoto che separa la vita dalla morte.

È da qualche anno ormai che Óliver Laxe è reputato a livello internazionale uno dei cineasti più originali e particolari del panorama cinematografico attuale, girando sempre delle opere caratterizzate da un vivo interesse verso i limiti umani e il tentativo di superarli. Dei suoi quattro lungometraggi - Todos vós sodes capitáns (2010), Mimosas (2016), O que arde (2019), Ṣirāṭ (2025) - ha scritto anche la sceneggiatura, condividendo il compito con lo sceneggiatore Santiago Fillol per tre di questi. Inoltre il Marocco è una terra che spesso fa da sfondo nei suoi film: tre su quattro sono ambientati in territorio marocchino, proprio perché Laxe si è trovato emotivamente coinvolto con Tangeri e il deserto circostante.

Ha iniziato a lavorare in Marocco agli inizi degli anni 2000, dove è stato l’insegnante di un laboratorio cinematografico per bambini e adolescenti. Questa esperienza lo ha messo in contatto, senza filtri, con le condizioni sociali ed economiche più difficili della zona. Da qui la forte tendenza artistica verso un realismo, a tratti brutale, con una ricorrente rappresentazione della lotta dell’uomo contro la natura.

Tornando a Ṣirāṭ, la fotografia in Super 16mm, lontana dalle immagini patinate e dai colori accesi del cinema statunitense, rende quasi palpabili le scene, dalla polvere al sudore sui volti dei personaggi o alla violenza fulminea delle esplosioni, regalando allo spettatore una sensazione di soffocamento. La musica della colonna sonora a volte è puro stordimento martellante, altre si trasforma in quello che potremmo definire il ritmo d’un battito cardiaco.

Ma forse il bisogno pretenzioso di inseguire l’eccentricità a tutti costi ha gettato del fumo negli occhi del regista, facendolo precipitare in una narrazione senza fulcro. Sarà stato proprio il peccare di superbia a far scivolare metaforicamente Laxe da quel ponte sottile come un capello? 2 stelle su 5. 

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