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Era il 2 settembre 2021 quando Paolo Sorrentino presentava per la prima volta È stata la mano di Dio al pubblico della 78ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Dinnanzi a una pellicola del genere mi è parso che Sorrentino avesse voluto squarciarsi le vesti con una lama affilata per cercarsi il petto e lacerarlo fino al costato, non riuscendo più a resistere all’urgenza di voler mostrare il suo cuore trafitto e sanguinante.
Allontanandosi totalmente dalle caricature del potere politico, dal grottesco, dal kitsch sorrentiniano, dalle amare riflessioni e dall’implicito filosofeggiare alla ricerca di un possibile significato per la morte e la vecchiaia, si è aperto sotto lo sguardo dello spettatore lasciandosi inseguire all’interno di un’opera intima, che parla della sua giovinezza più di quanto il nome del protagonista voglia nascondere. Da quel momento, a parer mio, Sorrentino non è mai più tornato lo stesso, come se la sua stessa sceneggiatura, parzialmente autobiografica, l’avesse frustato in pieno volto troppo forte per trovare il coraggio di esporsi ancora a viso scoperto.
Tre anni dopo è arrivata l’uscita di Parthenope, un lungometraggio tanto bello nell’estetica quanto inconsistente e vuoto nella trama e nello sviluppo narrativo. E ora La Grazia, con il ritratto pretenzioso di un Presidente della Repubblica immaginario. Dopo aver raccontato l’improvviso e tragico trapasso dei suoi genitori, persi entrambi da ragazzo a causa di una fuga di gas domestica, pare non sia più riuscito ad avvicinarsi alla vera emotività, perdendosi in una dialettica autocelebrativa, che stordisce col suono di belle parole, ma che nella sostanza non dice nulla.
Eppure La Grazia aveva delle basi solidissime per farne un capolavoro. Mariano De Santis, interpretato dall’attore Toni Servillo, all’ottava collaborazione con Sorrentino, è il Presidente della Repubblica italiana a sei mesi dalla fine del suo mandato, dopo sette anni di onorata carriera. Vedovo ed ex giurista, vive e lavora fianco a fianco della figlia Dorotea (Anna Ferzetti). Quest’ultima, per il padre, ha rinunciato a tutto, anche alla capacità di essere felice. Proprio agli sgoccioli del suo importante percorso professionale, De Santis si ritrova costretto a prendere una decisione di fronte a due imponenti dilemmi etici: approvare o meno la legge sull’eutanasia, rendendola legale in Italia, e se concedere oppure no la grazia a due detenuti che hanno commesso lo stesso crimine in circostanze assai diverse, ma ugualmente spinose.
Ispirata alla grazia concessa dal Presidente Sergio Mattarella a un uomo condannato per l’omicidio della moglie affetta d’Alzheimer, la sceneggiatura si muove sinuosa in un intreccio di riflessioni tra etica, morte e morale, indagando sulla sottile differenza tra ciò che è corretto e ciò che è giusto. Eppure La Grazia arriva a metà, mancando di anima anzitutto per il modo innaturale di recitare i dialoghi boriosi, dal linguaggio aulico e vanaglorioso. Non so fino a che punto Sorrentino sia diventato vanitoso o piuttosto spaventato all’idea di solleticare ancora le sue stesse ferite.
Certo, La Grazia è migliore di Parthenope, ma per un simile artista dalle potenzialità straordinarie è sufficiente? Per citare le battute di uno dei personaggi di È stata la mano di Dio: “Taglia Julia, taglia! Sei entrata nel decorativo, è tutto orpello, zero nuance. Sei autoreferenziale, ti stai sfilacciando. E in ultima analisi Julia, ce rutt' o’ cazz!”. Ad ogni modo, sempre grandioso Servillo. Nella speranza che Sorrentino smetta di fare troppo Sorrentino e ritorni a essere più Paolo, 3 stelle su 5.
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