20 Jan, 2026 - 11:30

"Sorry, Baby": il lungometraggio d'esordio della regista Eva Victor

"Sorry, Baby": il lungometraggio d'esordio della regista Eva Victor

Da parecchi anni ormai il tema dello stupro nel cinema è stato esplorato in lungo e in largo, come se la violenza sessuale fosse un immenso mare profondissimo, dai fondali oscuri e minacciosi, e si avvertisse la necessità di tuffarcisi per perlustrarlo il più possibile al fine di conoscerne ogni segreto. Quando si parla di abuso in ambito sessuale è impressionante quante nuove forme in cui esso si manifesta vengano fuori. C’è qualcosa di fortemente mostruoso nell’essere umano che unisce sesso e violenza in un legame raccapricciante e tragico. 

Centinaia di sceneggiature sono state scritte basandosi sull’atto di costringere qualcuno a un amplesso non voluto. A volte anche solo con l’intento di divertire e stuzzicare il lato più sadico in un certo tipo di spettatore, in trame horror/splatter per nulla degne di nota. Altre volte per sconvolgere a tutti i costi più che per sensibilizzare, come, ad esempio, in Irréversible, il lungometraggio del 2002 diretto dal regista argentino Gaspar Noé. A inizio film Alex, una ragazza, interpretata da Monica Bellucci, viene selvaggiamente violentata da uno sconosciuto in un sottopassaggio di Parigi. Una scena brutale catturata in un’unica inquadratura, nove minuti ininterrotti di perversione, ferocia e crudeltà, forse addirittura senza precedenti per il grande schermo. Ma in questo caso lo sviluppo narrativo non si concentra sul vissuto postumo della vittima, quanto su un crescendo di rabbia e istinto di rivalsa da parte del fidanzato e non sul desiderio di fare giustizia.

Un’altra pellicola disturbante a tema è I Spit on Your Grave, del 1978, firmata dal cineasta israeliano, naturalizzato statunitense, Meir Zarchi, di cui ne è stato girato un remake nel 2010. Anche qui lo stupro è solo un pretesto per degenerare in gesti di inarrestabile e inumana vendetta (non che pensi siano immeritati, anzi…). Se invece vogliamo parlare di opere cinematografiche che affrontano l’argomento col fine di riflettere sulle conseguenze, anche legali, del gesto e sullo stato psichico di una vittima dopo l’accaduto, o sul legame malsano che a volte si crea fra lo stupratore e chi è stato stuprato, basti citare Sotto accusa (1988) di Jonathan Kaplan, North Country Storia di Josey (2005) di Niki Caro, Non ti muovere (2004) di e con Sergio Castellitto,  La Pianista (2001) di Michael Haneke, La bestia nel cuore di Cristina Comencini, L'amour violé (1977) di Yannick Bellon, Elle (2016) di Paul Verhoeven.

Ma cosa succede nella vita di qualcuno che cerca di sopravvivere dopo una violenza sessuale? Direi che questo è il nodo centrale di Sorry, Baby, il lungometraggio d’esordio della regista statunitense Eva Victor. Scritto, diretto e interpretato da lei stessa, la storia vede protagonista Agnes, una ventottenne prossima al termine del suo percorso di studi accademici, che un pomeriggio subisce inaspettatamente un abuso sessuale da parte di un suo docente universitario.

Benché non si tratti di una sceneggiatura autobiografica, Eva Victor ha dichiarato di averla scritta basandosi su esperienze soggettive, emotive e legate alla sua generazione, quella degli anni ’90, partendo da vissuti di persone a lei vicine e dalla conoscenza personale dell’interiorizzazione dei traumi legati al sesso, spesso taciuti. Difatti la pellicola, intima e delicata, si focalizza sul modo in cui il personaggio principale si ritrova a “galleggiare” nella sua sofferenza per non sprofondare, senza parlarne a gran voce, senza denunciare, senza intraprendere un percorso di terapia psicologica.

Agnes nella sua lenta quotidianità, fatta di solitudine, studio e lavoro, piano piano ricomincia a stare in piedi, imparando a coesistere con ansia e attacchi di panico. Non che questa sia la maniera migliore di superare una ferita simile, ma la nostra generazione è stata cresciuta con l’idea che di certi dolori non si fa menzione, bisogna tenerli nascosti, come fossero una colpa, una vergogna inconfessabile, soprattutto per chi li subisce.

Prediligendo principalmente inquadrature fisse e tenendosi ben lontana da momenti di sconvolgimento a effetto, la regista fa sì che il pubblico si lasci guidare all’interno della narrazione con dolcezza, affezionandosi ad Agnes, anziché concentrarsi su odio o istinti di vendetta. Sorry, Baby è il manifesto della sopravvivenza dei trentenni di oggi, abituati a metabolizzare abusi e prepotenze, come se a noi non spettasse alcuna forma di giustizia. 3,7 stelle su 5.

 

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