L’Europa è ancora scossa dalla ferita aperta della tragedia di Crans Montana: decine di ragazzi e ragazze hanno perso la vita, altri combattono ancora in letti d'ospedale.
Eppure, tra dolore e polemiche, è passato quasi sotto silenzio un dettaglio inquietante: pochi giorni prima, nel cuore di Roma, si è sfiorata una tragedia dalle proporzioni potenzialmente analoghe. Un episodio che oggi, alla luce di quanto accaduto, merita ben più di una nota a margine.
Siamo su Viale Regina Margherita, a pochi passi dall’Ospedale Policlinico Umberto I. Nel 2020 sono iniziati i lavori di ristrutturazione della sede del quartier generale dell’Enel: un imponente palazzo con grandi finestre di vetro che si articola in più fabbricati collegati tra loro. Lo scorso 13 dicembre 2025, il pranzo domenicale del quartiere viene interrotto da un forte odore di fumo che sembrava provenire dal sesto piano della palazzina che fa angolo con via Ombrone.
Secondo le prime ricostruzioni, l’incendio sarebbe stato originato da un cortocircuito legato ad alcune apparecchiature o attrezzi rimasti collegati alla rete elettrica oltre l’orario di lavoro, in un giorno prefestivo in cui molti ambienti sarebbero stati vuoti.
Una dinamica che, se confermata, impone una domanda tanto semplice quanto cruciale: può davvero un “semplice” cortocircuito generare danni di tale portata? Oppure le conseguenze sono state aggravate da materiali e sistemi che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto contenere la propagazione delle fiamme e ridurne l’impatto?
La redazione di Tag24 è entrata in possesso di alcune fotografie scattate dopo lo spegnimento delle fiamme. Le immagini mostrano i devastanti effetti delle alte temperature sui materiali presenti nei solai interpiano (tra soffitti e pavimenti), nonché nel cavedio tecnico verticale adibito al passaggio di impianti e condutture. In quegli spazi, che dovrebbero rappresentare il “dietro le quinte” sicuro degli edifici moderni, il fuoco sembrerebbe essersi insinuato come in un corridoio preferenziale, sfruttando ogni varco disponibile.
Secondo quanto emerge, il fumo si sarebbe propagato con estrema rapidità, infiltrandosi anche attraverso le condotte di aerazione.
All’interno, pannelli in poliuretano con funzione isolante apparirebbero visibilmente bruciati, deformati e in parte sciolti, con residui che sembrerebbero aderire alle superfici interne. Una reazione di questo tipo potrebbe non essere coerente con le prestazioni che ci si aspetterebbe da materiali correttamente classificati secondo le Euroclassi di reazione al fuoco previste dalla normativa europea e recepite dal quadro italiano.

Un ulteriore elemento di criticità potrebbe riguardare il sistema antincendio. Da quanto siamo riusciti ad apprendere, pare che l’impianto di rilevazione e spegnimento non fosse ancora completamente collaudato e messo in esercizio nell’ala interessata dal rogo, porzione del palazzo non ancora ultimata.
Nonostante ciò, neppure lo stato in cui si sarebbero ridotti alcuni dispositivi di sicurezza fondamentali, come le serrande tagliafuoco installate nelle condotte, sembrerebbe compatibile – almeno a una prima osservazione – con la tenuta alle fiamme e alle alte temperature che ci si aspetterebbe da prodotti certificati e installati a regola d’arte. In diversi punti, tali elementi apparirebbero deformati, compromessi, in alcuni casi quasi “arresi” alla forza dell’incendio, ponendo interrogativi sull’effettiva rispondenza alle norme in vigore in materia di compartimentazione e contenimento del fuoco.

Colpisce, nelle immagini, il modo in cui parte del controsoffitto dei corridoi ha ceduto sotto il peso delle condotte danneggiate, lasciando scoperto l’impianto elettrico e facendo penzolare cavi spezzati fino quasi all’altezza di una persona. Una scena che suggerirebbe il rischio di un possibile “effetto domino”: un primo evento innescato da un guasto o da una disattenzione che, in presenza di materiali non adeguati e di sistemi di sicurezza non pienamente operativi, potrebbe trasformarsi rapidamente in una situazione fuori controllo, con conseguenze potenzialmente gravissime.

Il quadro che emerge, dunque, sarebbe estremamente preoccupante. In un edificio la cui ristrutturazione è affidata tramite bando pubblico, verrebbero utilizzati materiali e sistemi la cui effettiva conformità alle norme europee e italiane in materia di reazione e resistenza al fuoco meriterebbe quantomeno un approfondimento accurato. Si tratta di standard tecnici pensati proprio per prevenire o contenere scenari critici, limitando la propagazione delle fiamme e garantendo tempi di evacuazione adeguati. Per questo, ogni eventuale discrepanza tra quanto previsto dai capitolati, quanto certificato e quanto effettivamente installato non rappresenterebbe un dettaglio tecnico, ma un elemento centrale per comprendere responsabilità, controlli e possibili falle nella catena delle verifiche.
Fortunatamente, nel caso dell’incendio al palazzo Enel non si sono registrate vittime né feriti, anche grazie al pronto intervento dei Vigili del fuoco e all’assenza di personale, trattandosi di una domenica. Ma la domanda che aleggia tra chi ha visto quelle immagini è inevitabile: cosa sarebbe potuto accadere se le fiamme si fossero sviluppate in un normale giorno lavorativo, con uffici pieni, corridoi affollati e un flusso continuo di persone in circolazione?
Cercando di far luce sulla vicenda, la redazione di Tag24 è venuta a conoscenza del fatto che, anche negli altri fabbricati del medesimo complesso, la stessa impresa di costruzioni avrebbe acquistato – attraverso diversi rivenditori – materiali che, a detta di alcune fonti, sarebbero qualificabili come non pienamente rispondenti agli standard attesi.
Ne deriverebbe un quadro in cui i rischi per la salute e la sicurezza non riguarderebbero solo l’ala interessata dall’incendio, ma si estenderebbero a una porzione più ampia del complesso.
In un’Europa che, all’indomani di tragedie come quella di Crans Montana, si interroga su quanto sia ancora lecito parlare di “fatalità” quando a crollare, o a bruciare, sono edifici pubblici e grandi infrastrutture, il caso di viale Regina Margherita rischia di assumere il valore di un campanello d’allarme.
Non un episodio isolato, ma un segnale che impone verifiche puntuali, trasparenza nelle procedure e una riflessione più ampia sulla qualità dei controlli e sulla reale efficacia dei sistemi di prevenzione.
Forse è proprio da episodi come questo che ci si dovrebbe domandare se le norme esistenti vengano davvero rispettate in ogni anello della filiera, se i controlli siano sufficienti e se la logica del massimo ribasso sia compatibile con il diritto di chi lavora e vive in questi edifici a muoversi in ambienti realmente sicuri. Per evitare che, un giorno, l’odore di bruciato che invade il centro di una grande città non resti soltanto un “avvertimento”, ma si trasformi in una nuova, evitabile tragedia.
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