Chi inquina paga, anche se si tratta delle Big Pharma. C’è una nuova direttiva europea, la 2024/3019, che sta facendo storcere non poco il naso alle grandi aziende farmaceutiche e cosmetiche poichè le ‘obbliga’ in futuro a contribuire alla depurazione delle acque reflue per eliminar i residui di farmaci e cosmetici.
Qualcuno l’ha ribattezzata la ‘tassa sulla pipì’ poiché dopo l’assunzione di un farmaco i residui di quest’ultimo vengono espulsi con l’urina e finiscono negli impianti fognari. Stesso discorso vale per i cosmetici i cui residui (saponi, trattamenti, cremi) una volta risciacquati finiscono negli scarichi e poi dritti in mare o nei fiumi.
Secondo la Commissione Ue, infatti, i farmaci e i cosmetici sono tra le principali fonti di microinquinanti nelle acque urbane e di conseguenza i produttori devono contribuire a ripulire l’acqua. L’Europa, inoltre, vuole anche tutelare l’ambiente in fase di sviluppo dei medicinali, attraverso controlli sul rischio ambientale, prima dell’autorizzazione.
Per Bruxelles si tratta di un provvedimento in linea con le politiche ambientali comunitarie. Di diverso avviso le Big Pharma che, invece, lo bollano come una tassa molto costosa che potrebbe influire sulla ricerca e sulla produzione di nuovi farmaci.
Il provvedimento incriminato è la direttiva UE 2024/3019 sul trattamento delle acque reflue urbane per ridurre la presenza dei microinquinanti come residui di farmaci, cosmetici e altri composti chimici che finiscono nelle acque di fiumi e mari.
Trattandosi di tracce molto piccole, richiedono trattamenti di depurazione specifici e costosi (trattamento quaternario con filtri a carbone attivo, ozonizzazione e membrane speciali) che l’Europa ha deciso dovranno essere le aziende produttrici di farmaci e cosmetici a pagare.
Questi composti chimici, infatti, finiscono nel ciclo delle acque perché le persone assumono farmaci i cui principi attivi vengono poi espulsi dal corpo attraverso la pipì. Quando si usano i cosmetici, invece, i residui di saponi e creme finiscono negli scarichi e poi in acqua.
La normativa introduce la cosiddetta ‘responsabilità estesa del produttore’ (EPR), che significa che le aziende devono pagare i costi per l’eliminazione dei residui dalle acque. Nello specifico la norma prevede che le Big Pharma coprano l’80% dei costi dei nuovi sistemi di depurazione, contribuiscano agli investimenti e ai costi operativi e partecipino al monitoraggio dei microinquinanti.
Qualcuno come Lucia Aleotti, dirigente della casa farmaceutica Menarini, ha ribattezzato il provvedimento “tassa sulla pipì”.
Una tassa che secondo Farmindustria vale dodici miliardi di euro l'anno. Secondo Farmindustria ed Egualia, esistono delle evidenze che mostrano come la valutazione di impatto della Commissione abbia "sovrastimato l'impatto ambientale dei farmaci di 4 volte" e "sottostimato i costi" (che sarebbero invece superiori dalle 5 alle 10 volte).
Le nuove disposizioni aumenterebbero i costi operativi fino al 30% con una riduzione negli investimenti in nuovi farmaci e sulla disponibilità di medicinali in Europa.
La nuova direttiva UE sul trattamento delle acque reflue urbane è entrata formalmente in vigore il 1 gennaio 2025. Il meccanismo della responsabilità estesa del produttore – quella che di fatto fa pagare le aziende farmaceutiche e cosmetiche – deve essere implementata dagli Stati membri.
La deadline è il 2028, quando gli Stati dovranno fare in modo che farmaceutica e cosmetica contribuiscano economicamente alla rimozione dei microinquinanti nelle acque reflue. In conclusione, il costo reale per le aziende inizierà ad essere pagato progressivamente a partire dal 2028.
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