Al prossimo referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia del 22 e 23 marzo, milioni di studenti e lavoratori fuori sede rischiano di non poter esercitare il loro diritto di voto perché costretti a tornare nel comune di residenza.
In assenza, ad oggi, di una norma transitoria che consenta il voto nel luogo di domicilio, se voteranno o meno i fuori sede è dunque determinato più da ostacoli logistici ed economici che da una libera scelta politica.
Il che alimenta proteste, appelli e campagne pubbliche.
Per il referendum sulla riforma della giustizia il governo ha fissato le urne per il 22 e 23 marzo, ma non ha confermato i meccanismi straordinari che nelle consultazioni del 2024 e del 2025 avevano consentito ad alcune categorie di fuori sede di votare lontano dal comune di residenza.
Questo significa che circa 5 milioni di persone che studiano o lavorano in un altro comune, spesso molto lontano da quello in cui hanno la residenza, dovranno tornare a casa per esprimersi sul quesito, sobbarcandosi costi di viaggio spesso proibitivi e perdite di tempo spesso incompatibili con studio, turni e contratti precari.
Le associazioni che da anni si battono per il diritto di voto dei fuori sede – dalla Rete Voto Fuorisede a The Good Lobby Italia, fino a realtà studentesche e sindacali – hanno, perciò, rilanciato mobilitazioni, campagne social e petizioni, denunciando l’ennesima “discriminazione geografica” nell’accesso alle urne.
A queste iniziative si affiancano gli appelli delle opposizioni parlamentari, che hanno chiesto di modificare il decreto sul referendum per inserire una norma ponte sul voto dei fuori sede.
Questa parte politica accusa la maggioranza di voler ridurre consapevolmente la partecipazione di una fascia di elettorato ritenuta più critica verso la riforma della giustizia.
Le testimonianze individuali contribuiscono a dare un volto concreto alla protesta: lavoratori che vivono a oltre mille chilometri dal comune di residenza, pur pagando le tasse nel luogo in cui lavorano, raccontano di sentirsi esclusi da una decisione che riguarda direttamente l’assetto costituzionale del Paese.
Tra gli studenti universitari, in particolare quelli nei grandi centri urbani, circolano guide informali e iniziative di “car sharing elettorale” per provare a ridurre costi e ostacoli, ma molti annunciano che saranno comunque costretti a rinunciare al voto.
Le polemiche sul voto dei fuori sede si ripetono a ogni appuntamento elettorale perché l’ordinamento italiano continua a legare in modo rigido l’esercizio del suffragio al comune di residenza, mentre una quota crescente di cittadini si sposta stabilmente per studio, lavoro o cure sanitarie.
In mancanza di una disciplina organica e permanente, ogni volta si ricorre a soluzioni temporanee: norme ad hoc per singole elezioni, accordi dell’ultimo minuto o deroghe limitate a categorie specifiche, generano però incertezza e alimentano la percezione di un diritto riconosciuto a macchia di leopardo.
Negli ultimi anni, sono stati compiuti alcuni tentativi per uscire da questa logica emergenziale, come la proposta di legge di iniziativa popolare sul voto fuori sede depositata al Senato a fine 2025 che chiede una delega al governo per disciplinare in modo stabile le modalità di voto in un comune diverso da quello di residenza.
Tuttavia, l’iter è fermo e, anche in vista del referendum sulla giustizia, la maggioranza ha respinto gli emendamenti che avrebbero consentito ai fuori sede di votare nel luogo di domicilio, lasciando irrisolto un nodo che incide sulla rappresentatività complessiva del voto.
La conseguenza è che ogni consultazione ripropone lo stesso copione: da un lato le istituzioni denunciano il calo dell’affluenza e la disaffezione verso la politica, dall’altro non eliminano gli ostacoli strutturali che impediscono a milioni di cittadini di recarsi alle urne.
Il referendum sulla giustizia del 22 e del 23 marzo si inserisce esattamente in questo filone di contraddizioni: la partecipazione dei fuori sede non dipende tanto dall’interesse per i temi della riforma – separazione delle carriere e sorteggio per i componenti del Consigli superiori della magistratura – quanto dalla possibilità effettiva, e non solo formale, di poter votare.
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