Bruno Contrada, ex alto funzionario della Polizia di Stato e del Sisde, è morto l'altroieri a Palermo all'età di 94 anni, dopo una polmonite che lo aveva costretto a un lungo ricovero.
La sua figura rimane una delle più controverse della lotta alla mafia in Italia.
L'opinione pubblica su di lui si è sempre divisa tra chi l'ha visto come un servitore dello Stato vittima di un errore giudiziario e chi l'ha accusato di collusioni con Cosa Nostra.
Nato a Napoli il 2 settembre 1931, Contrada entrò in Polizia nel 1959 come vicecommissario, assegnato inizialmente a Latina e poi a Palermo alla Squadra Mobile.
Divenne dirigente nel 1973, raccogliendo le confessioni del primo pentito di Cosa Nostra, Leonardo Vitale, e indagando su casi come il rapimento di Mauro De Mauro.
Nel 1976 passò alla Criminalpol, poi al Sisde come coordinatore per Sicilia e Sardegna, capo di gabinetto dell'Alto Commissario antimafia e infine numero tre dei servizi segreti.
Sposato con Adriana e padre di un figlio poliziotto, Contrada ha vissuto una vita segnata dal servizio pubblico, ma anche da gravi problemi di salute, con vari anni trascorsi in carcere.
Fu arrestato, infatti, il 24 dicembre 1992 con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e fu condannato a 10 anni nel 2007, scontandone 4 in carcere e 4 ai domiciliari fino al 2012.
Sta di fatto che la Cassazione revocò la condanna nel 2017, seguendo la sentenza della Corte di Giustizia Europea che ritenne il reato non sufficientemente chiaro all'epoca dei fatti (1979-1988). Per questo, ottenne anche un risarcimento per ingiusta detenzione, tra cui 670mila euro nel 2020.
Le polemiche nacquero dalle accuse di pentiti come Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo e Antonino Giuffrè, che lo indicarono come "persona disponibile" verso Cosa Nostra. Per loro, era lui l'autore delle soffiate sulle indagini nonché l'uomo che agevolava latitanti come Rosario Riccobono e Stefano Bontate. La sentenza di primo grado che lo condannò, inoltre, sottolineò anche favoritismi come patenti e porti d'arma ai mafiosi.
Sta di fatto che la Cedu nel 2015 e la Cassazione ribaltarono tutto il suo quadro giudiziario.
Da allora, per alcuni è stato vittima di errori giudiziari e persecuzioni, con i risarcimenti che hanno confermato l'illegittimità delle inchieste a suo carico; per altri, come Salvatore Borsellino e Gian Carlo Caselli, i fatti a suo carico sono sempre stati gravissimi.
Alla morte, si sono ripetute le stesse reazioni polarizzate: l'avvocato Giuseppe Lipera l'ha definito "vittima di un clamoroso errore", mentre i familiari delle vittime hanno continuato a vederlo come un traditore.
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