04 May, 2026 - 07:00

Sopravvisse alla strage di Samarate, Nicolò Maja: "La mia storia insegna che non è mai tutto finito"

Sopravvisse alla strage di Samarate, Nicolò Maja: "La mia storia insegna che non è mai tutto finito"

Il 4 maggio non è un giorno come gli altri. Non lo è per Nicolò Maja, che in questa data - quattro anni fa - perse la madre Stefania Pivetta, 56 anni, e la sorella Giulia, di 16, uccise nella loro casa di Samarate, in provincia di Varese, dal padre. 

Nella stessa notte, Alessandro Maja, architetto e interior designer di 57 anni, provò a uccidere anche lui, che però - nonostante le gravissime ferite riportate - sopravvisse.

"Ho imparato a fare in modo che le cose positive, i ricordi belli, abbiano il sopravvento su quelli brutti", racconta oggi il ragazzo, 27 anni, a Tag24. Anche se una frattura tra il prima e il dopo, dice, resterà sempre e sempre farà male. 

Nicolò Maja oggi: "Sto bene, vivo e guardo al futuro"

Dopo la strage, Nicolò ha dovuto affrontare per i danni subìti un lungo percorso di riabilitazione e di cure, costretto inizialmente in carrozzina. "Oggi per fortuna sto bene", afferma. "Lavoro, guido la macchina, vivo la mia vita, con la possibilità, in futuro, di andare a vivere da solo". 

Ma la ripresa non è stata immediata né semplice. A dargli la forza per andare avanti e affrontare - anche fisicamente - il suo cammino, soprattutto "l'affetto delle persone vicine, dei nonni", e la progressiva riconquista di una normalità. "Vedere che giorno dopo giorno riuscivo ad ottenere qualcosa mi ha aiutato", ricorda. 

La strage di Samarate quattro anni fa, la ricostruzione 

Da quella notte sono ormai trascorsi quattro anni. Sul piano giudiziario, la vicenda si è conclusa con la condanna in via definitiva del padre all'ergastolo; resta, però, tutto ciò che nessun esito processuale potrà mai colmare (il tempo della giustizia non coincide con quello del dolore).

Restano i ricordi. "Stavamo dormendo, poi è successo quel che è successo", racconta Nicolò. "Mai nessuno avrebbe potuto prevederlo: mio padre aveva avuto problemi legati al lavoro, si era chiuso in sé stesso, ma non pensavamo che sarebbe arrivato a farci del male".

L'allarme scattò quando, alle prime luci dell'alba, l'uomo uscì dall'abitazione di famiglia ancora sporco di sangue, dopo aver tentato il suicidio. Ai vicini, allertati dai rumori, disse di aver "ucciso tutti". Avrebbe poi ammesso di essersi sentito "schiacciato dal peso dei debiti". 

"Prima di allora non era mai stato violento - prosegue Nicolò - Se c'era da riprendere me e mia sorella, ad esempio, chiedeva a nostra madre di farlo. Non l'ho mai visto alzare le mani, con nessuno. Credo che le vere motivazioni di ciò che ha fatto le conosca solo lui". 

"C'è sempre una speranza": cosa insegna questa storia 

Qualche anno fa, mentre il processo era ancora in corso, Nicolò gli ha scritto una lettera, provando a chiedere spiegazioni. "Mi rispose che era finito in un tunnel, che vedeva tutto nero, avvalorando in un certo senso quello che avevo sempre pensato, cioè che avesse agito ritenendo - fuori da ogni logica - che se fossimo morti tutti nessuno avrebbe più sofferto".

Da allora non si sono più sentiti. "Gli ho scritto solo un'altra volta, per pratiche legate alla casa credo. Dopodiché non c'è più stato, da parte mia, un tentativo di riavvicinamento", prosegue Nicolò. Il suo pensiero è rivolto alla madre e alla sorella, al "loro abbraccio, il loro sorriso", alla vita condivisa che gli è  stata strappata. 

"La mia storia mi ha insegnato che c'è sempre speranza, che non è mai tutto finito. Vorrei che questo messaggio arrivasse a tutti", conclude. "Anche quando è difficile, bisogna cercare di far prevalere le cose positive - ciò che di bello la vita ci offre ogni giorno - rispetto a quello che di negativo può accadere". Proprio come ha fatto lui, salvandosi. Vivendo, senza dimenticare.

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