Che fine ha fatto la missione dei 40 volenterosi per liberare lo Stretto di Hormuz e ristabilire la libertà di navigazione? E' ferma, bloccata, cristallizzata in attesa che la crisi del Golfo si avvii verso la pace o quanto meno una tregua duratura.
I colloqui di pace tra gli Stati Uniti e Teheran sono entrati in una nuova fase di tensione e la missione per Hormuz parte solo dopo la fine delle ostilità. La pace, rappresenta un presupposto imprescindibile, almeno per il governo italiano, per procedere allo sminamento del canale tra Iran e Oman bloccato dal 2 marzo dai pasdaran di Teheran a seguito degli attacchi di Usa e Israele.
Nessuna potenza occidentale vuole farsi tirare dentro una guerra decisa esclusivamente sull'asse Washington-Tel Aviv, eppure per ogni giorno di chiusura dello stretto le economie europee sprofondano un po' di più e nessuno - l'Italia in primis - può permetterselo ancora a lungo.
E allora si aspetta di capire cosa accadrà, ma nel frattempo nelle prossime settimane l'Italia potrebbe far partire alla volta del Golfo Persico le due navi cacciamine messe a disposizione per la missione. Lo ha chiarito ieri - mercoledì 13 maggio 2026 - il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante l'audizione alla Camera dei Deputati sulle iniziative internazionali per la riapertura di Hormuz.
Il ministro Crosetto non è sembrato molto ottimista circa la possibilità che si arrivi a breve ad una tregua nel Golfo Persico. Una prospettiva che pone due problemi: la necessità di fare presto a riaprire lo Stretto di Hormuz e l'impossibilità di farlo finchè nell'area del golfo risuonano le bombe.
Intervenire mentre il conflitto è ancora in corso, infatti, potrebbe portare ad un coinvolgimento dei Paesi della coalizione nella guerra.
Eppure, come ha evidenziato il titolare della Difesa "ogni giorno perso, ogni rinvio, ogni incertezza e anche ogni paura, determina un prolungamento degli effetti che l’attuale situazione di instabilità sta producendo sulla sicurezza energetica, sul sistema produttivo, sulla competitività delle nostre imprese e, più in generale, sulla vita quotidiana e sul benessere economico delle famiglie."
Ha spiegato Crosetto, aggiungendo:
Il contributo italiano alla missione per il ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz consisterà soprattutto nel settore dello sminamento del canale.
Non è richiesto il via libera del Parlamento a cui, invece, assicura Crosetto spetterà decidere se e in che modo contribuire all'iniziativa internazionale.
Assicura Crosetto, che però chiarisce anche:
"Con responsabilità istituzionale, stiamo invece informando il Parlamento delle ragioni che ci portano a predisporre, con prudenza, gli strumenti necessari a contribuire eventualmente al ripristino tempestivo della sicurezza in uno snodo fondamentale per gli equilibri globali".
Ovvero l'invio precauzionale delle unità marittime italiane nell'area interessata dal conflitto.
Le parole del ministro della Difesa non hanno convinto il centrosinistra. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ad esempio ha detto di ritenere che "non sia possibile mandare le navi a Hormuz senza che ci sia un accordo di pace. E servono anche una cornice giuridica chiara e un mandato internazionale, condizioni che al momento non ci sono''.
Dello stesso avviso anche il leader di Avs, Nicola Fratoianni, per il quale non è "urgente mandare le navi ora".
ha dichiarato Fratoianni.
Il punto più controverso resta la cornice giuridica: operazioni di sminamento in un’area formalmente non pacificata sollevano il problema della neutralità effettiva delle missioni militari.
Senza un chiaro mandato internazionale, anche un intervento tecnico può essere percepito come presa di posizione. Sullo sfondo, la partita di Hormuz si inserisce in una più ampia competizione geopolitica che va oltre la crisi contingente.
Lo Stretto rappresenta infatti uno dei principali checkpoint energetici globali e, proprio per questo, uno strumento di leva strategica sia per l’Iran sia per le potenze occidentali. In questo contesto, la distinzione tra operazione tecnica di sminamento e presenza militare effettiva tende a sfumare: anche un intervento formalmente neutrale finisce per avere implicazioni politiche dirette, soprattutto in assenza di un chiaro mandato multilaterale.
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