15 May, 2026 - 18:23

Quirinale 2029, il vero gioco è già iniziato: il “piano Mattarella” e il risiko da Draghi a Casini

Quirinale 2029, il vero gioco è già iniziato: il “piano Mattarella” e il risiko da Draghi a Casini

La vera partita della politica italiana potrebbe non giocarsi a Palazzo Chigi ma direttamente al Quirinale. È questo il retroscena che da settimane attraversa trasversalmente maggioranza, opposizioni, ambienti centristi e mondi istituzionali: il nodo decisivo delle prossime elezioni non sarebbe soltanto chi governerà il Paese, ma soprattutto chi guiderà il Colle nella fase successiva.
Perché nei palazzi si ragiona sempre più apertamente su uno scenario considerato tutt’altro che impossibile: elezioni senza vincitori netti, Parlamento bloccato, maggioranze fragili e necessità di aprire una nuova fase politica e istituzionale. Una fase che potrebbe passare persino da dimissioni anticipate di Sergio Mattarella.


Il timore del “pareggione” dopo le elezioni


Il ragionamento che circola nei gruppi parlamentari è semplice. Se la riforma elettorale dovesse saltare e l’Italia si presentasse al voto con un sistema sostanzialmente proporzionale, il rischio di un “pareggione” diventerebbe altissimo.
Nessuna coalizione autosufficiente, veti reciproci, piccoli partiti decisivi e mercati pronti a osservare con preoccupazione l’ennesima fase di instabilità italiana. Ed è proprio in questo quadro che starebbe prendendo forma il cosiddetto “piano Mattarella”.
Il presidente della Repubblica potrebbe valutare un passo indietro anticipato nel caso in cui dalle urne uscisse un sistema completamente paralizzato. L’obiettivo non sarebbe creare una crisi, ma al contrario governare la transizione e consentire al nuovo Parlamento di eleggere subito un nuovo capo dello Stato capace di diventare il perno della legislatura.
In sostanza, il Quirinale diventerebbe il motore di un nuovo governo di larghe intese o comunque di un esecutivo “di sistema”, sostenuto da una maggioranza ampia e moderata.


Mario Draghi nome forte per il Colle


Dentro questo scenario il nome che continua a dominare le discussioni è quello di Mario Draghi.
Per una parte dell’establishment economico e internazionale, Draghi rappresenterebbe la soluzione più forte per garantire credibilità all’Italia in una fase delicatissima per l’Europa. La sua figura rassicurerebbe Bruxelles, i mercati e gli alleati internazionali.
Ma proprio questa forza spaventa molti partiti. Una parte del centrodestra teme un presidente della Repubblica troppo interventista e troppo autonomo. Nel centrosinistra invece c’è chi teme che un Quirinale guidato da Draghi finirebbe inevitabilmente per condizionare ogni futuro governo.
Il timore trasversale, nei palazzi, è sempre lo stesso: una politica commissariata da una figura troppo autorevole per essere realmente controllabile.


Casini e Gentiloni salgono nelle quotazioni. Il ruolo di Marina Berlusconi


Ed è qui che entrano in gioco le figure considerate più di mediazione. I nomi che nelle ultime settimane stanno crescendo di più sono quelli di Pier Ferdinando Casini e Paolo Gentiloni.
Profili più dialoganti, meno divisivi e considerati capaci di tenere insieme mondi politici diversi senza schiacciare completamente il ruolo dei partiti.
In questo quadro torna centrale anche il ruolo attribuito a Marina Berlusconi e alla trasformazione di Forza Italia in una forza sempre più moderata, europeista e dialogante con il centrosinistra riformista.
Le smentite pubbliche non cancellano il dato politico: nei palazzi cresce la convinzione che il vero asse della prossima legislatura potrebbe nascere attorno ai mondi centristi, ai poteri economici e alle aree parlamentari interessate a evitare nuovi strappi populisti.


Perché il Quirinale può decidere il futuro dell’Italia


È per questo che il Quirinale viene considerato già oggi il vero centro della partita politica italiana. Molto più di Palazzo Chigi.
Perché in un sistema frammentato il presidente della Repubblica resta l’unica figura realmente capace di orientare le transizioni, costruire maggioranze e garantire continuità internazionale.
Ed è proprio questa la convinzione che starebbe crescendo nei corridoi parlamentari: le prossime elezioni potrebbero servire soprattutto a scegliere chi eleggerà il prossimo capo dello Stato.

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