Altro che riunione organizzativa. Altro che confronto interno. Nella sala della Camera il consiglio federale della Lega si è trasformato in un processo politico a Matteo Salvini. Non una sfiducia, per carità. Nessuno ha pronunciato la parola proibita. Ma il messaggio recapitato al segretario è stato persino più pesante: così non si può andare avanti.
Il malessere covava da mesi e alla fine è esploso. I governatori del Nord, i capigruppo parlamentari, gli amministratori che ancora presidiano il territorio hanno presentato il conto. La fotografia che vedono è impietosa: una Lega schiacciata tra Giorgia Meloni, che occupa il centro della scena di governo, e Roberto Vannacci, che intercetta il voto identitario e protestatario.
In mezzo, il partito di Salvini rischia di diventare terra di nessuno.
Da qui il ragionamento, ripetuto più volte durante le quasi tre ore di confronto: se Meloni presidia Palazzo Chigi e Vannacci monopolizza le battaglie ideologiche, la Lega deve tornare a fare la Lega. Territorio, autonomie, amministratori, Nord produttivo. Un ritorno alle origini che somiglia a una bocciatura della linea seguita negli ultimi anni.
La richiesta più clamorosa emersa dal vertice riguarda proprio Salvini. Secondo il fronte nordista il leader deve uscire dall’angolo in cui si è cacciato e riconquistare centralità politica.
Come? Tornando al Viminale.
Non nel prossimo governo. Adesso.
Dietro la richiesta c’è una valutazione molto concreta. Le Infrastrutture garantiscono visibilità limitata e dividendi politici modesti. L’Interno, invece, è il ministero che ha costruito la popolarità del Capitano e che potrebbe consentirgli di recuperare terreno rispetto agli alleati e ai concorrenti interni all’area sovranista.
Per ora Salvini ascolta e prende nota. Non chiude la porta ma nemmeno apre. Eppure molti dirigenti considerano inevitabile una verifica politica con Meloni. Perché il vero problema, sostengono, non è soltanto la comunicazione. È la collocazione della Lega dentro un governo percepito come sempre più centralista e sempre meno attento alle istanze storiche del Carroccio.
A guidare la controffensiva è Luca Zaia. L’ex governatore veneto non alza i toni ma detta le condizioni.
La prima riguarda il modello organizzativo. Il Veneto sogna una Lega a doppia anima, nazionale e territoriale, sul modello bavarese. Una struttura che restituisca peso politico agli amministratori del Nord e che impedisca la dispersione del consenso locale.
La seconda riguarda il terzo mandato. Per governatori e dirigenti settentrionali è una battaglia identitaria. Rappresenta il simbolo di una politica radicata nei territori contro le logiche romane dei partiti nazionali.
La terza è forse la più delicata: fermare la nuova legge elettorale che, secondo molti leghisti, rischia di consegnare a Meloni il ruolo esclusivo di arbitro delle candidature e degli equilibri futuri. Nei corridoi del partito il sospetto è che il nuovo sistema possa ridurre ulteriormente il peso delle roccaforti del Nord.
Ecco perché il consiglio federale ha assunto i contorni di un campanello d’allarme. Salvini resta leader, nessuno oggi appare in grado di sostituirlo. Ma la pazienza della classe dirigente territoriale si sta assottigliando.
Il messaggio arrivato oggi è semplice quanto brutale: o la Lega torna protagonista oppure rischia di essere risucchiata tra il melonismo di governo e il vannaccismo d’opposizione. E in politica, come insegnano i vecchi leghisti, non c'è destino peggiore dell'irrilevanza.
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