11 May, 2026 - 15:08

Milan, crisi senza alibi: la notte che smaschera la dirigenza

Milan, crisi senza alibi: la notte che smaschera la dirigenza

Il verdetto della notte più buia a San Siro. Lì dove l'Inter una settimana fa aveva festeggiato lo scudetto, il Milan va nel panico per il rischio di perdere anche un posto Champions. Intanto ha perso dall'Atalanta, sconfitta incorniciata dalla contestazione dei tifosi contro squadra e club. Già, il club, quello che nell'epopea berlusconiana era "il più titolato al mondo". Invece oggi il Milan è un (titolato?) laboratorio di ingegneria finanziaria, senza bussola sportiva. Il confronto con l'Inter non sembra solo una sofferenza per il tifo, piuttosto una lezione di management che mette a nudo le colpe dei vertici rossoneri.

La differenza è abissale e risiede nella qualità del comando. Da una parte l'Inter, guidata da Beppe Marotta e Piero Ausilio: dirigenti che il "master nel calcio" lo hanno preso sul campo, nei corridoi del calciomercato e negli spogliatoi. Professionisti che sanno leggere i momenti di una stagione e costruiscono squadre funzionali, non solo sostenibili.

Dall'altra parte c'è il Milan dei "ragionieri". Giorgio Furlani, bocconiano di ferro e uomo dei conti, incarna perfettamente la visione di Gerry Cardinale: il calcio come asset, il bilancio come unico parametro di successo. Ma se Furlani brilla nei calcoli, la sua totale mancanza di esperienza specifica nel settore sportivo sta presentando un conto salatissimo. Accanto a lui, appare e scompare l'intermittente Ibrahimović, che appare sempre più come un debuttante egoriferito nel ruolo di dirigente. Lontano dal carisma che aveva da giocatore, lo svedese sembra oggi un'icona di marketing prestata a compiti gestionali, finendo per essere percepito più come un elemento di disturbo che come una risorsa.

Non è un caso che una figura storica come Fedele Confalonieri abbia espresso un disprezzo così netto, rifiutando persino di conoscere Furlani e rimpiangendo un assetto "alla Galliani". Il malumore vola dal novantenne saggio Confalonieri ai bimbi volubili dei social, fino al comunicato degli ultras: il fondo americano RedBird sta fallendo perché ha rimosso l'anima sportiva dal corpo della società finanziaria. Ha buttato giù il Milan, ha tirato su una banca.

In questo scenario, la contestazione ha assunto un contorno inaspettato: il salvataggio di Allegri e del direttore sportivo Tare, entrambi invocati dal tifo come simboli di competenza "tradizionale". È emerso con forza il sospetto che la società - Furlani in testa - abbia cercato di scaricare ogni colpa sull'allenatore per coprire le proprie lacune. Un gioco di prestigio alimentato da "circoletti in chat whatsapp" e da influencer che fomentano (peraltro non da oggi) per trasformare Allegri nel bersaglio unico di ogni male rossonero. La verità è che Allegri ha agito per mesi come un parafulmine.

Fino al derby dell'8 marzo, nonostante un gioco spesso aspro e le critiche feroci di chi popola le TV e il web, l'allenatore è riuscito a tenere la squadra in una posizione di classifica che ha letteralmente "nascosto" ai tifosi la realtà dei fatti. Fino a due mesi fa, i risultati hanno mascherato un ridimensionamento tecnico evidente — figlio di un mercato di scommesse e algoritmi — e, soprattutto, hanno celato le lacune gestionali di una dirigenza che non sa gestire le crisi. Finché il campo ha tenuto, i manager hanno potuto specchiarsi nei loro bilanci attivi. Una volta crollato l'argine sportivo, è rimasto solo il vuoto: una squadra senza centravanti, una società senza "uomini di calcio" e una proprietà che sembra ignorare che, per vincere, non basta far quadrare i conti se poi si perde l'identità. Il Milan si interroga sul suo futuro, ma la risposta sembra già scritta nel confronto impietoso con i rivali: senza competenza specifica, la gloria resta un ricordo scolorito oppure - peggio - colorato del confronto a tinte nerazzurre.

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