E se ci fosse un luogo dove è possibile smettere di esistere, ma senza morire? Se esistesse una realtà dove tutto sembra restare eternamente immobile, che prende vita fra migliaia di stanze identiche e che non ha alcun affaccio sul mondo esterno? Decine e decine di ambienti liminali, delimitati da muri gialli, in cui lo spazio e il tempo appartengono a una dimensione sospesa. Nel 2019, su internet, si è diffusa la leggenda metropolitana delle Backrooms, che si è poi offerta come tematica perfetta per le creepypasta. Le Backrooms, camere vuote, con le pareti e la moquette di colore giallo, apparterrebbero a un infinito labirinto extradimensionale al quale si può accedere attraversando i muri. Nell’universo dei videogames passare attraverso una parete viene definito noclippare.
Ma vi ricordate l’inizio degli anni ’90? I primi computer fissi a uso domestico entravano nelle case. I videogiochi in 2D diventavano in 3D e diversi glitch cominciavano a manifestarsi durante le partite: oggetti che si duplicavano, personaggi che assumevano fattezze distorte, ma soprattutto angoli inutilizzabili e nascosti rispetto al percorso ufficiale. Quando ci si imbatteva in uno di questi ultimi si avvertiva subito la sensazione di aver scoperto qualcosa di inquietante, come un evento soprannaturale che si manifestava solo per noi nella realtà virtuale.
Nel 1996 mia madre, per ultimare la tesi di laurea, acquistò un PC di seconda mano nel quale vi era installata la prima versione di Prince of Persia. All’epoca io avevo soltanto sei anni, eppure presi a giocarci spesso, al punto che poco dopo per me divenne quasi un’ossessione. Ricordo bene che di sovente mi capitava di imbattermi in corridoi e passaggi ciechi, apparentemente non previsti dalla grafica principale. E, anziché tornare indietro, mi intestardivo nel cercare di capire dove potessero condurmi, fino a costringere il mio avatar a sbattere contro i muri nel tentativo di transitarci in mezzo. La percezione di aver trovato uno spazio proibito era così suggestiva da convincermi che dovesse esserci per forza una spiegazione paranormale. Essendo una bambina era molto semplice perdermi in fantasticherie, però bastava chiedere un po’ in giro per rendersi conto che era un’impressione condivisa da molti, anche dagli adulti.
Dopo trent’anni ormai il fenomeno non fa più effetto a nessuno, ma a ripensarci è facile provare una certa malinconia. Ed è stata proprio questa a a dare origine alla leggenda di cui vi ho parlato all’inizio. Il 7 gennaio del 2022 l’allora sedicenne Kane Parsons pubblicò sulla piattaforma di YouTube il suo cortometraggio Backrooms (Found Footage), dove il protagonista si ritrovava per puro caso ad entrare in una delle stanze gialle abbandonate. Nove minuti di ansiogena esplorazione solitaria e silenziosa. L’opera breve nel giro di pochissimo fece successo, accaparrandosi milioni di visualizzazioni e spingendo diverse case di produzione, tra cui la A24, a proporne un omonimo adattamento cinematografico horror, sempre con la regia di Parsons. Seguendo la sceneggiatura di Roberto Patino, le riprese sono poi cominciate a luglio del 2025.
1990. Clark (Chiwetel Ejiofor) è un venditore di mobili in crisi. Passa la maggior parte del tempo nel suo enorme negozio, benché non abbia praticamente alcun cliente. È separato dalla moglie, alla quale ha dovuto lasciare il tetto coniugale. Soffre di alcolismo, ha difficoltà a gestire la rabbia e non ha una vita sociale. È in cura dalla psichiatra Mary Kline (Renate Reinsve), che sta cercando di aiutarlo a superare il suo blocco comunicativo ed emotivo, ma con scarsi risultati. Una notte, avvertendo dei rumori nel seminterrato del negozio, scopre l’ingresso per un terrificante spazio sovradimensionale.
Se il cortometraggio che ha dato inizio all’idea del film, seppur a modo suo sinistro, non ha un vero sviluppo narrativo o una trama definita, Backrooms invece è un’implicita riflessione su molti aspetti della psiche umana. Il concetto di un labirinto nel quale non si trova l’uscita è talmente antico da risalire alla mitologia greca; basti pensare al labirinto di Dedalo e a Teseo che, grazia ad Arianna e al suo filo, uccide il Minotauro riuscendo poi a tornare indietro. Senza l’escamotage del filo Teseo non avrebbe mai portato a termine l’impresa, quindi il suo divenire eroe di fatto è stato merito di Arianna. La di lui ingratitudine però è divenuta subito dopo manifesta, nel momento in cui, non avendone più bisogno, l’ha abbandonata su un’isola (secondo alcune versioni del mito).
E in qualche maniera, le figure di Clark e Mary nelle Backrooms fanno pensare a un sacrificio egoistico simile. Anche se in questo caso Clark non tenta di distruggere un nemico esterno a se stesso, ma un mostro interno col quale è in perenne conflitto e utilizza Mary, prima tramite la terapia e successivamente quando lo va a cercare nell’altra dimensione, per raggiungere la consapevolezza di voler vivere in un luogo dove esistere non è necessario. E forse questo, tra tutti i temi impliciti affrontati nella pellicola — violenze domestiche, dipendenze patologiche, gestione dell’ira, maschilismo tossico — è il più calzante nella società iper-performativa di oggi.
Anche io, come tantissimi altri, mi sono misurata spesso col desiderio di sprofondare in un’assenza psichica ed emotiva o di finire in uno stato di coma prolungato per potermi fermare, smettendo di sentirmi costretta a percepire una costante sofferenza dell’anima e la frenesia perpetua dei giorni nostri. A volte ho provato l’urgenza di fallire nell’ombra, non dovendomi più preoccupare di nulla.
E Clark nelle Backrooms trova la rassicurazione dell’immobilità e della solitudine, ma, a differenza del mondo reale, non ha bisogno di nutrirsi, di sostentarsi o semplicemente di esistere per continuare a vivere. Una sorta di suicidio a lunghissimo termine, ma non abbracciando del tutto la morte. L’ambizioso esordio cinematografico di Kane Parsons lontano da questa traccia non avrebbe avuto lo stesso valore, rimanendo decentrato da un qualunque focus. Inizio molto promettente, ma non posso fare a meno di chiedermi se il risultato sarebbe stato altrettanto stimolante senza la sceneggiatura di Patino. 3,9 stelle su 5.
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