Siamo a un passo dal finale della terza stagione di "Euphoria" e, per quanto sia stata criticata nel corso del tempo, è ancora la più vista su HBO e c’è una domanda che si fa sempre più sentire tra i fan: vedremo il personaggio di Zendaya, Rue Bennett, morire a fine stagione? Ci sono degli indizi a riguardo e non sono rassicuranti. Ci sono state dichiarazioni ambigue, dettagli secondari che sono stati notati dai fan e un simbolismo biblico che i più fissati con le teorie online non stanno più sottovalutando. C’è ancora speranza per la nostra eroina di "Euphoria"?

Si parte a ritroso. La voce narrante è quella di Rue Bennett fin dalla prima stagione, inizia con la nascita, e se si chiudesse con la morte? Prima teoria dell’anello, puramente data da coerenza narrativa e intuizione.
Per chi non lo sapesse, la serie HBO è ispirata a un’omonima miniserie israeliana andata in onda tra il 2012 e il 2013 e lì la protagonista, che ha tratti molto simili a quelli di Rue, è già morta.
Sentiamo la sua voce che arriva dall’aldilà e questo è un elemento che pesa, in caso si rivelasse così anche per la versione di Sam Levinson.
Ma anche nella serie americana Rue sembra sapere troppo, racconta vicende e pensieri degli altri personaggi con una precisione un po’ strana, per non aver vissuto lei tutto in prima persona. Ci si chiede se la sua voce, allora, appartenga o no al mondo dei vivi. Forse è tutta una denuncia contro la tossicodipendenza, forse non è mai stata pensata per avere un lieto fine? Chissà.
Ciò che più di ogni cosa fa pensare a morte certa è il fatto che questa potrebbe essere, secondo quanto dichiarato dalla stessa Zendaya, la fine di "Euphoria" e, quindi, che si concluda definitivamente l’arco narrativo del personaggio. E se gli altri attori sono stati molto vaghi sul finale di stagione, l’attrice di "Challengers" ha risposto con un:
Per poi aggiungere:
Se sia della storia, del personaggio, o della vita di Rue non è chiarissimo, ma è certo che una di queste non esclude tutte le altre.
Poi c’è un elemento da non sottovalutare: perché il penultimo episodio avrebbe dovuto prendersi tutto quel tempo per mostrare il lungo flashback di Ali, figura mentore di Rue, per raccontarci il suo background e spiegarci che scrive i nomi delle persone che ha seguito e che sono morte tutte in un quaderno? Molti pensano che tutto si chiuderà con lui che scrive il nome di Rue su una di quelle pagine.
Il fatto è: perché introdurre questi dettagli, se poi non avranno riscontri nel finale?
Levinson in questa stagione si è divertito con la chiave mistica e l’intreccio tra la figura di Rue e Mosè, di cui la protagonista e Ali hanno parlato nell’ultima puntata che abbiamo visto, la sette. E un altro elemento è la canzone nei titoli di coda che nuovamente richiama la figura del profeta, "Go Down Moses", utilizzata anche nei trailer.
Perché questo continuo accostamento, se poi non andrà spiegato?
Nella tradizione biblica, Mosè guida il suo popolo verso la salvezza, attraversa il deserto, vede la Terra Promessa… ma muore prima di entrarci.
Se il paragone sarà fedele al cento per cento, Rue potrebbe salvare tutte le persone a lei care, gli amici, la madre, prima di compiere il suo sacrificio. Quindi redimersi, fare del bene, ma poi morire.
Insomma, messa così, Rue sembra essere spacciata. Ma non dimentichiamoci del plot armor.
Per tutta la stagione 3, Rue è stata messa in pericolo estremo più e più volte. Prima quasi uccisa da Alamo, quando Alamo avrebbe potuto spararle e aveva la mela in testa: poi schermo nero.

In seguto c’è stata la pericolosa rapina a opera degli scagnozzi di Laurie. E ancora, sepolta viva fino al collo nell’episodio 5, con Alamo che le cavalca verso con una mazza da polo: schermo nero.

Sam Levinson ha usato troppi fake‑out cliffhanger. Momenti in cui sembra che Rue muoia, ma poi si scopre che è sopravvissuta.
Questa dinamica narrativa ha un limite. Quando la tensione viene creata e poi annullata troppe volte, il pubblico smette di crederci. E se il finale dovesse davvero ucciderla dopo averla salvata così tante volte, rischierebbe di sembrare incoerente e deludente, farci chiedere: "ma allora, perché ci siamo visti tutto questo show?".
A rendere ancora più solida la teoria della sopravvivenza, in contrasto con la primissima che abbiamo dato, è proprio Rue come voce narrante, che racconta in prima persona di essere diventata spia della DEA già dall’inizio della stagione.
La sua voce narrante descrive gli eventi con il tono di chi si guarda indietro, di chi è già dall’altra parte. "Ed è così che sono diventata una spia", dice, quindi potrebbe effettivamente averlo detto da viva.
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