Non avrebbero mostrato "alcun segno di pentimento o di resipiscenza" i due pakistani accusati di aver ucciso quattro braccianti agricoli e aver tentato di ucciderne un quinto chiudendoli in un minivan e dandolo alle fiamme ad Amendolara, in provincia di Cosenza.
A scriverlo è il gip del tribunale di Castrovillari, Orvieto Matonti, nell'ordinanza con cui il 4 giugno ha convalidato il fermo di Ali Raza e Ahmed Safeer, entrambi 31enni, disponendone la custodia cautelare in carcere. Oggi sono iniziate, intanto, le autopsie sui corpi delle vittime.
Le autopsie sui corpi del pakistano Waseem Khan, 29 anni, e dei tre afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni, morti in quella che è stata rinominata "strage di Amendolara", sono iniziate alle 9 di oggi, 5 giugno, nell'ospedale di Rossano, a Corigliano-Rossano.
L'incarico è stato conferito dalla pm della Procura di Castrovillari, Roberta Bello, al medico legale Biagio Solarino dell'Università di Bari. L'obiettivo? Chiarire ulteriormente le modalità del decesso e raccogliere elementi utili all'inchiesta, affidata alla polizia.
L'unico sopravvissuto, il 35enne afghano Mohammed Taj Alamyar, riuscito a fuggire dal veicolo in fiamme lanciandosi dal portellone posteriore del veicolo dopo aver rotto un finestrino, sarebbe stato intanto messo sotto protezione dalla Cgil, che teme che - dopo la sua testimonianza - possa essere in pericolo.
Ali Raza e Ahmed Safeer, fermati per gli omicidi, sono stati trasferiti in carcere. Il gip, Orvieto Matonti, scrive nell'ordinanza che avrebbero agito "per futili motivi, con crudeltà e con premeditazione, dimostrando di essere in grado di esprimere una efferata violenza in assenza di ragioni plausibili".
Per il magistrato, i due avrebbero inoltre mantenuto "una ferma e glaciale risoluzione criminosa per tutto il tempo necessario per vederli (i braccianti, ndr) consumati dal rogo", senza manifestare successivamente "segni di pentimento o resipiscenza".
Fondamentali, per ricostruire l'accaduto, i filmati delle videocamere della stazione di servizio in cui sono avvenuti i fatti, ma anche alcune testimonianze, inclusa quella di un conoscente di Ali che avrebbe riferito di una telefonata in cui il 31enne ammetteva di aver incendiato il minivan per vendicarsi di una lite di qualche ora prima.
Il movente esatto resta da ricostruire. Si è fatta però strada, nelle ultime ore, l'ipotesi che dietro al gesto possa celarsi la richiesta, da parte dei lavoratori, del denaro dovuto o di una regolarizzazione del rapporto di lavoro.
Sembra che i braccianti avessero anche protestato per le condizioni in cui erano costretti a vivere, fino a dieci persone in una sola stanza, in un alloggio di Villapiana. La mattina della strage, tra alcune delle vittime, Ahmed e il fratello di Ali sarebbe scoppiata una discussione.
Safeer avrebbe anche riportato una tumefazione allo zigomo destro. Qualche ora più tardi, al ritorno dal lavoro nei campi di Scanzano Jonico, la tragedia. Su cui si sta ora cercando di fare luce. Da chiarire, in particolare, i rapporti tra gli indagati e le vittime.
Stando a quanto riporta l'Ansa, anche i primi sarebbero stati braccianti (e non caporali nel senso classico del termine), ma potrebbero aver avuto ruoli nell'organizzazione di trasporti, alloggi e retribuzioni. Si attendono dunque ulteriori sviluppi.
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