Le tensioni internazionali continuano a moltiplicarsi su più fronti, dall’Europa orientale al Medio Oriente fino al Caucaso e ai Caraibi. La guerra tra Russia e Ucraina resta lo sfondo principale, mentre le ipotesi di dialogo non hanno prodotto passi concreti.
Parallelamente torna il tema dell’allargamento dell’Unione Europea, con Kiev al centro di un percorso ancora incerto. Anche l’Armenia, dopo il successo elettorale di Nikol Pashinyan, guarda con maggiore interesse a Bruxelles.
In Medio Oriente, invece, l’escalation tra Israele e Iran riaccende i timori sulle rotte energetiche globali. Ne ha parlato il giornalista Fulvio Grimaldi, autore del blog Mondocane, ospite in un'intervista sul canale YouTube di Tag24.
Per Grimaldi il percorso europeo di Kiev resta pieno di ostacoli: “Se lo augurano i nostri dirigenti europei che ci stanno lavorando e si trovano di fronte a ostacoli difficili da superare” spiega, aggiungendo che “l’Ucraina è tutt’altro che pronta finanche per una partnership”.
Pesano i criteri economici e istituzionali, ma soprattutto il fatto che il Paese sia in guerra. “Contraddice le forme di uno Stato democratico, l’Ucraina non è mai stata democratica dal colpo di Stato”, afferma. E ancora: “Non ci sono organi mediatici di opposizione, undici partiti sono stati cancellati… e la corruzione è dilagante”. Un quadro che, secondo Grimaldi, rende l’ingresso difficile e lontano.
Il successo del partito di Nikol Pashinyan rilancia il dibattito sull’Europa. “Da 33 anni l’Armenia è in guerra con l’Azerbaijan, con fasi diverse” spiega Grimaldi, ricordando come il conflitto del Nagorno Karabakh abbia inciso sugli equilibri regionali.
“La guerra del 2023 ha agevolato un avvicinamento verso l’Occidente”, osserva, sottolineando anche il ruolo della Turchia: “Viene spacciato come mediatore ma in realtà è uno strumento della Nato e di Israele”. E aggiunge: “Senza l’aiuto di Israele all’Azerbaijan non ci sarebbe stata la vittoria”. Per Grimaldi, l’Armenia resta “un anello di congiunzione tra conflitti in Eurasia”.
Lo scontro tra Israele e Iran, esploso tra il 7 e l’8 giugno, alimenta nuove tensioni. “Israele sta facendo quello che vuole, Trump mostra segni di debolezza: fa schiamazzi e telefonate a Netanyahu che però se ne infischia” commenta Grimaldi.
Il rischio principale riguarda lo stretto di Bab el-Mandeb, snodo strategico per il commercio globale. Una sua chiusura avrebbe effetti immediati sul mercato energetico, già sotto pressione con il Brent sopra i 97 dollari al barile.
Nei Caraibi resta critica la situazione cubana. L’arrivo della USS Nimitz e le nuove sanzioni riaccendono le tensioni con Washington. Ora il timore è che possa ripetersi una situazione simile a quella del Venezuela.
“Non sarà il caso di Cuba” dice Grimaldi, convinto che l’isola possa resistere come in passato. “L’Avana resta in piedi dal punto di vista della resistenza ideologica”. Le sanzioni contro i vertici cubani vengono definite “propagandistiche”, mentre un intervento militare appare improbabile. “Il popolo sarebbe determinato a mantenere la propria sovranità”, conclude. Resta però una crisi economica profonda, aggravata dal blocco e dall’isolamento internazionale soprattutto a fronte delle sanzioni a Raul Castro e al presidente Diaz Canel.
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