C’è un filo che unisce guerre, crisi energetiche, inflazione, instabilità politica e tensioni internazionali che sembrano non finire mai. Non è più una sequenza di eventi separati, ma una sorta di stato permanente del mondo, dove ogni crisi ne alimenta un’altra.
È dentro questa cornice che si inserisce il libro “Guerra mondiale a pezzi e disfatta dell’Unione Europea”, presentato in un’intervista a Tag24 dal professor Piero Bevilacqua, già docente ordinario di Storia Contemporanea presso La Sapienza di Roma, che propone una lettura molto critica dell’Europa e del suo ruolo nello scenario globale.
Ma perché parlare di disfatta dell'UE? Nel ragionamento di Bevilacqua, l’idea di “disfatta” non nasce da un singolo evento, ma da una traiettoria lunga. L’Unione Europea, dice, avrebbe perso terreno proprio dove avrebbe dovuto rafforzarsi: innovazione, competitività, capacità di stare al passo con Stati Uniti e Cina. “La disfatta mi pare evidente da più punti di vista”, osserva, richiamando anche analisi interne al sistema europeo che segnalano un ritardo strutturale ormai difficile da colmare.
Ma il dato economico, da solo, non basta a raccontare tutto. C’è un pezzo sociale che secondo lo storico pesa ancora di più: salari fermi, aree sempre più fragili, crescita della povertà e un modello di welfare che si è assottigliato nel tempo.
L’Italia, in questo quadro, diventa quasi un caso emblematico di quello che non ha funzionato: da grande potenza industriale a Paese che oggi fatica a ritrovare una direzione stabile. E insieme a questo, una società che appare più divisa e meno fiduciosa nelle proprie istituzioni.
Kiev non è pronta per l'UE, spiega il professore. L’ipotesi di un ingresso nell’Unione Europea viene letta da Bevilacqua con forte scetticismo, più come scelta politica che come percorso realistico e sostenibile. “È una propaganda come tante altre della guerra”, afferma, sostenendo che un ulteriore allargamento rischierebbe di rendere ancora più complessa una macchina già in difficoltà.
Dentro questo quadro, il conflitto viene interpretato come parte di una strategia più ampia che coinvolge i rapporti tra blocchi internazionali. L’Europa, secondo questa lettura, non avrebbe una vera autonomia decisionale, ma si muoverebbe all’interno di equilibri già definiti altrove.
Il risultato è un continente che appare diviso, con opinioni pubbliche spesso distanti dalle scelte dei governi e una crescente difficoltà nel costruire consenso attorno alla linea politica dominante.
Nella parte finale dell’intervista lo sguardo si allarga al Medio Oriente e alle possibili conseguenze economiche delle tensioni nell’area. Il punto più delicato riguarda lo Stretto di Hormuz e quello di Bab El Mandeb, snodi strategici per il petrolio mondiale: un’eventuale escalation, secondo Bevilacqua, avrebbe effetti immediati sui prezzi dell’energia e quindi sull’intera economia globale. Eventualità che porterebbero a ritrattare il difficile rapporto con la Russia dal punto di vista energetico dopo il 2022.
“Significherebbe un disastro economico”, afferma, immaginando uno scenario in cui inflazione e rallentamento economico si intrecciano fino a creare una situazione di forte instabilità.
A pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto le fasce più deboli e i Paesi già in difficoltà, con effetti a catena che arriverebbero fino all’Europa. Un mondo che non sta andando verso un nuovo equilibrio, ma verso una frammentazione sempre più difficile da governare.
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