22 Jun, 2026 - 06:00

Dalla “sostituzione etnica” alla remigrazione: chi grida contro i migranti e intanto firma il decreto che li importa

 Dalla “sostituzione etnica” alla remigrazione: chi grida contro i migranti e intanto firma il decreto che li importa

Nel 2023 le imprese italiane hanno chiesto allo Stato 609mila lavoratori stranieri. Lo Stato ne ha messi a disposizione 136mila, dentro le quote del decreto flussi fissato col Dpcm del 27 settembre 2023, che ne prometteva 452mila in tre anni. L'anno dopo le domande sono salite a 702mila, i posti a 151mila. E di quelle quote, certifica la campagna Ero Straniero sui dati ottenuti per accesso civico ai ministeri, meno del 24% è diventato davvero un permesso di soggiorno.

Se qualcuno avesse progettato di spalancare le porte per regalare al capitale manodopera a basso costo, sarebbe il piano peggio eseguito degli ultimi vent'anni. Lo Stato italiano non ospita: contingenta, respinge, concede col contagocce. Eppure la propaganda racconta il contrario, e noi continuiamo a crederci.

I conti che la propaganda non fa

I numeri veri stanno nel Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione della Fondazione Leone Moressa, presentato il 20 ottobre 2025 al CNEL e alla Camera. Gli occupati stranieri producono 177 miliardi di valore aggiunto, il 9% del totale, con punte del 18% in agricoltura e del 16,4% nell'edilizia. I contribuenti nati all'estero sono 4,9 milioni: nel 2024 hanno dichiarato 80,4 miliardi di reddito e versato 11,6 miliardi di Irpef.

C'è il dato che dovrebbe chiudere la questione. Confrontando quello che lo Stato incassa da loro con quello che spende per loro, il saldo è positivo di 1,2 miliardi. Incidono sulla spesa pubblica per il 3%, perché sono giovani, si ammalano poco e non vanno ancora in pensione. Una manodopera importata per ingrassare i profitti sarebbe una voragine nei conti. Questa è l'esatto opposto: un attivo che tiene in piedi pezzi di welfare.

E i salari? La tesi che gli immigrati li abbassino la condividono la destra che grida all'invasione e certi rossobruni che la rivendono come critica al capitale. La Banca d'Italia la smonta da anni: niente "effetto spiazzamento", i lavoratori stranieri fanno mestieri diversi da quelli dei nativi, che intanto si spostano su mansioni più qualificate. I salari italiani sono fermi da trent'anni anche là dove gli immigrati non sono mai arrivati. A tenerli inchiodati sono stati la deregolamentazione e la contrattazione collettiva smontata pezzo per pezzo. Gli ultimi della fila non c'entrano.

Il lavoro a basso costo esiste, eccome. E a fabbricarlo è proprio la legge che dovrebbe impedirlo. La legge Bossi-Fini, la 189 del 30 luglio 2002, lega il permesso di soggiorno al contratto. Perdi il lavoro, perdi il diritto a restare. È il congegno che riduce una persona a un lavoratore in apnea, pronto ad accettare qualunque cosa pur di non scivolare nell'irregolarità. Del resto, ogni volta che qualcuno propone di abolirla riparte il coro sui confini e sulla sicurezza.

Da lì si scende nell'inferno raccontato dal Rapporto Agromafie e Caporalato dell'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil: circa 200mila braccianti irregolari nei campi, 55mila donne, paghe medie intorno ai 6mila euro lordi l'anno. È il mondo in cui Satnam Singh è stato lasciato morire dissanguato nel giugno 2024, dopo che un macchinario gli aveva amputato un braccio, buttato via come un attrezzo rotto.

Qui la propaganda fa il suo capolavoro: rovescia causa ed effetto. Le imprese chiedono lavoratori, lo Stato ne concede una frazione, il resto della domanda finisce nel sommerso. Quel buco tra 702mila richieste e 151mila permessi è il serbatoio di ricattabili che nutre caporali e padroni. Il basso costo lo fabbrica la clandestinità imposta per legge, non l'accoglienza.

Le parole, intanto, sono a verbale. Il 18 aprile 2023, al congresso della Cisal, il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida ha evocato la «sostituzione etnica, gli italiani fanno meno figli quindi li sostituiamo con qualcun altro». Lo ha detto il ministro che governa proprio il settore, l'agricoltura, dove sopravvivono i 200mila braccianti irregolari di poco fa. Lo spettro della razza da difendere, agitato da chi firma le filiere che su quei braccianti campano.

C'è chi è andato oltre la parola. Nel maggio 2025, a Milano, si è tenuto il primo Remigration Summit europeo, promosso dall'austriaco Martin Sellner: in agenda l'espulsione di massa degli stranieri, regolari e irregolari, fino alla terza generazione. Tra i relatori, Roberto Vannacci (Futuro Nazionale), allora eurodeputato della Lega. "Remigrazione" è la parola scelta dalla destra per non dire "deportazione".

E quando qualcuno lo fa notare, scatta la maschera. La vicesegretaria della Lega Silvia Sardone (Lega), in consiglio comunale a Milano, ha ridotto tutto a un problema di ordine pubblico: solo "rimpatrio" di chi delinque, una manifestazione che «non ha nulla a che vedere col razzismo e col fascismo». Prima si evoca la sostituzione etnica, poi si giura che era sicurezza.

Eppure, mentre la propaganda grida, il governo firma. Lo stesso esecutivo che agita lo spauracchio etnico ha varato un decreto flussi da quasi 500mila ingressi nel triennio 2026-2028, perché Confindustria e Coldiretti quella manodopera la chiedono sul serio. Nessuno vuole sostituire gli italiani: serve una riserva di braccia ricattabili da tenere in fondo, e un nemico da mostrare a chi sta appena sopra. La "manodopera a basso costo", altro che complotto globalista, è il modello su cui regge in silenzio un pezzo di economia nazionale.

Questo copione, però, ha settant'anni. E lo recitavamo noi, contro altri italiani.

Torniamo indietro, agli anni Cinquanta, sempre la stessa scena. Sui cosiddetti "treni del sole" salivano i meridionali diretti alle fabbriche del Nord. A Torino la popolazione passò dai 719mila abitanti del 1951 al 1 milione e 125mila del 1967. Sui portoni comparivano i cartelli "non si affitta ai meridionali", i giornali rincaravano la dose, i nuovi arrivati venivano dipinti come una minaccia ai salari e ai costumi locali. Terroni, napuli, mau mau: il vocabolario dell'odio cambiava soltanto bersaglio.

Resta cronaca. Secondo i dati Istat rielaborati dalla Svimez, tra il 2012 e il 2021 oltre 1 milione e 138mila persone si sono mosse dal Sud al Nord, e gli stessi annunci, passati dal cartone al social, oggi rifiutano una stanza a chi arriva dal Mezzogiorno o dall'estero. La guerra tra poveri lavora così da sempre: prende chi condivide la stessa miseria e lo convince che il nemico è il vicino di pianerottolo, mai chi possiede il palazzo.

Torniamo ai numeri dell'inizio. Le imprese chiedevano 702mila braccia, lo Stato ne ha fatte entrare 151mila col contratto in pugno e poi le ha lasciate ricattabili. Nessuno le ha ospitate per donare forza lavoro al capitale: le ha rese precarie per tenerle a bada, e intanto le ha indicate alla rabbia di chi sta un gradino più su. Ci caschiamo ancora per una dimenticanza sola: i terroni, una volta, eravamo noi.

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