In un contesto regionale segnato da forte instabilità, il Medio Oriente continua ad essere attraversato da conflitti e tregue fragili che non sembrano tradursi in una reale de-escalation delle tensioni. Le recenti evoluzioni sul campo e le loro implicazioni geopolitiche sollevano interrogativi sugli equilibri futuri dell’area e sulle strategie delle principali potenze coinvolte. In un’intervista a Tag24, Alberto Negri, giornalista esperto di politica estera, ha approfondito la situazione attuale del Medio Oriente e le dinamiche che stanno ridefinendo gli equilibri regionali tra conflitti, tregue e sviluppi geopolitici.
Il concetto di “cessate il fuoco” in Medio Oriente appare sempre più lontano dalla sua definizione tradizionale. Le tregue annunciate negli ultimi mesi a Gaza, in Libano e tra Stati Uniti e Iran non sembrano aver portato ad una reale interruzione delle ostilità ma piuttosto a una gestione temporanea dei conflitti. Pausa nei combattimenti, riduzione dell’intensità o accordi parziali hanno infatti permesso alle parti in causa di mantenere le proprie posizioni sul campo senza arrivare a una vera soluzione politica.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha definito queste tregue con una frase che sintetizza la nuova realtà: "Il cessate il fuoco in Medio Oriente vuol dire sparare con più moderazione". Per Alberto Negri, "il fatto principale è stata la sconfitta americana e israeliana nello Stretto di Hormuz. Si tratta della sconfitta più colossale mai subita dagli Stati Uniti negli ultimi 80 anni perché uno stato, l'Iran, senza neppure una marina militare è riuscito a bloccare per 4 mesi gli Stati Uniti, Israele e tutti i traffici mondiali". Una "sconfitta militare che raramente si è vista sulla scena internazionale".
"Ora addirittura pensano di continuare a negoziare ma gli Stati Uniti si sono resi conto che il memorandum che hanno firmato con l'Iran è addirittura una capitolazione, cioè è talmente oneroso che probabilmente non riescono a firmarlo", ha affermato il giornalista.
La situazione attuale ha conseguenze più ampie:
"Non si tratta soltanto della sconfitta in Medio Oriente degli Stati Uniti. Si tratta di una vittoria dell'Iran che è un paese non soltanto mediorientale ma anche asiatico. L'Iran è infatti il maggiore alleato proprio della Cina. Quindi i cinesi, per interposto stato, hanno conseguito una vittoria militare di dimensioni clamorose che ricorda in qualche modo la sconfitta della Russia da parte del Giappone nel 1905".
"L'alleato maggiore degli Stati Uniti, cioè Israele, non si vuole rassegnare a questa che Netanyahu stesso definisce una capitolazione e quindi continua a combattere in Libano da dove non si ritirerà sicuramente nelle prossime settimane". Questo implica il coinvolgimento di "paesi come la Siria, come la Turchia e via discorrendo, perché Israele occupa anche un pezzo più grande della Siria di quanto non ne occupasse prima. Prima occupava solo le alture del Golan, adesso occupa anche un pezzo della pianura che va verso verso Damasco".
Per Negri, sul fronte europeo, "la sconfitta degli Stati Uniti e anche di Israele porterà ad un irrigidimento delle posizioni israeliane. Gli israeliani cominceranno una campagna enorme dal punto di vista mediatico e di propaganda in tutti i paesi europei".
Parlando della situazione a Gaza il giornalista ha affermato:
"Non ci sarà nessun Board of Peace, non ci sarà nessuna nuova Gaza".
Mentre la situazione in Medio Oriente e la guerra contro l’Iran restano due temi che dividono l’opinione pubblica americana, si avvicinano le midterm negli Stati Uniti, previste per novembre 2026.
Per le elezioni di medio termine, "Trump non riuscirà a vincere, però non le perderà neanche in maniera rovinosa".
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