11 Jul, 2026 - 19:34

"La casa – Il rogo del male": Sébastien Vaniček riscrive il celebre successo di Sam Raimi

"La casa – Il rogo del male": Sébastien Vaniček riscrive il celebre successo di Sam Raimi

Per gli amanti delle opere di Sam Raimi è impossibile non riconoscere nella locandina del nuovo film horror La casa – Il rogo del male, diretto dal regista francese Sébastien Vaniček, delle somiglianze con quella di Drag Me to Hell. La pellicola del 2009, che vedeva protagonista l’attrice Alison Lohman, scritta e diretta proprio da Raimi, venne presentata al pubblico con un poster dove al centro figurava la donna di profilo, a mezzo busto, che urlava a bocca spalancata, mentre una mano dalla pelle visibilmente bruciata tentava di trascinarla giù, tra le fiamme dell’inferno. Ed ecco che oggi troviamo un’immagine molto simile per La casa – Il rogo del male.

Ma gli appassionati di cinema capiranno subito che non si tratta di plagio, bensì di un omaggio intenzionale. Eh sì, perché il secondo lungometraggio di Sébastien Vaniček è ispirato alla nota trilogia La casa, ideata a inizio carriera da un giovane Sam Raimi. Nel 1978, insieme all’amico e all’epoca ancora aspirante attore Bruce Campbell, il diciannovenne Sam girò il cortometraggio Within the Woods, in formato Super 8, con la cinepresa del padre.

Il soggetto, scritto dal cineasta stesso, vedeva protagonisti quattro amici adolescenti che stavano trascorrendo un weekend di villeggiatura in una casa nel bosco. Due di loro, Bruce ed Ellen, dopo essersi allontanati dal resto del gruppo per fare un picnic romantico, si imbatterono in un vecchio coltello sacrificale generando delle conseguenze tragiche. Quel coltello era infatti legato agli inferi ed era capace di risvegliare delle forze demoniache.

Il cortometraggio servì come progetto pilota al fine di attirare possibili finanziatori per realizzare il lungometraggio La casa, basato su una sceneggiatura analoga. Uscito tre anni dopo, nel 1981, con un budget limitatissimo di soli 375.000 dollari – che per il mondo cinematografico è una cifra irrisoria – diede vita a un fenomeno di massa giovanile, che proseguì con La casa 2 (1987) e si concluse con L’armata delle tenebre (1992); entrambi girati con dei fondi fino a dieci volte superiori rispetto al primo capitolo e confermando Bruce Campbell nel ruolo principale.

Ma perché ebbe così tanto successo? Anzitutto perché l’inizio della trilogia rese le pellicole di produzione indipendente molto accattivanti. Non avendo una grossa distribuzione, e quindi ottenendo una cassa di risonanza ridotta, questo gli conferiva un non so che di referenziale, un prodotto di nicchia, consigliato per passaparola. E si sa, il gusto delle cose proibite è sempre stato irresistibile tra i ragazzi di ogni epoca. Ma dobbiamo inoltre calcolare che negli Ottanta il cinema dell’orrore stava subendo delle grosse trasformazioni, causate da uno smarrimento generazionale, soprattutto per la società statunitense.

Erano gli anni del dopoguerra del Vietnam e il pubblico era stato forzatamente abituato dai media ad assistere a scene belliche esplicite e brutali. E se da un lato traumatizzò gli spettatori, dall’altro alzò la soglia della paura e al contempo richiese la necessità di essere esorcizzata. Già negli anni Settanta il nemico comune era diventato l’uomo e la violenza reale. La trasformazione si può notare a partire dagli anni ’30, con storie basate su mostri e leggende gotiche, per passare agli anni ’50 con il terrore dell’invasione aliena, della scienza e dell’energia nucleare, poi agli anni ’60 con la rappresentazione della follia e della perdita dell’identità, come ad esempio, in Psycho (1960) di Hitchcock, giungendo agli anni ’70, con anche l’ingresso di Wes Craven, che aprirono le danze per quel che poi si consolidò meglio negli anni ’80.

Ovvero, una tendenza narrativa verso il racconto della sociopatia, dell’isolamento e del malessere adolescenziale, della distruzione delle figure religiose e dell’ideale di famiglia perfetta, sino ad allora diffuso come unica realtà domestica possibile e come aspirazione massima per l’essere umano. L’immagine del sogno americano, divenuta manifesto mediatico nel decennio del 1950 con la cultura Pop, venne smontata pezzo dopo pezzo e le creature demoniache assunsero sembianze umane. Così, se in principio l’orrore era adatto anche ai piccini, già abituati alle fiabe più disturbanti, lentamente si trasformò in un genere per adulti e poi in una forma di ribellione per i ragazzi.

E, dunque, ha senso riproporre La casa, che trascina con sé parte di una rivoluzione storica e di un cambiamento sociale, in chiave moderna? Secondo me no. Già nel 2013 si era tentato di riportare in vita il fenomeno con una pellicola omonima dell’originale, diretta da Fede Álvarez, al suo esordio alla regia. Poi con la serie, in tre stagioni, Ash vs Evil Dead (2015-2018) e con La casa – Il risveglio del male (2023), di Lee Cronin. La casa – Il rogo del male è il secondo lungometraggio di Sébastien Vaniček, che arriva a distanza di tre anni dall’opera prima Vermin (2023), sempre dell’orrore.

Dopo la morte in circostanze sospette del marito abusante Will (George Pullar), Alice (Souheila Yacoub) raggiunge la villetta isolata dei suoceri costretta dal triste evento. Quello che avrebbe dovuto essere un momento di raccoglimento si trasforma però in un incubo, quando un'antica forza demoniaca si risveglia, impossessandosi, uno dopo l'altro, dei membri della famiglia del defunto.

Prodotto da Rob Tapert e Sam Raimi, il film è basato sulla sceneggiatura del regista stesso, scritta insieme a Florent Bernard. Ciò che si è tentato di fare in questo caso è di rendere la storia conforme alle inclinazioni e ai temi sociali più attuali. Se le figure femminili nel cinema d’un tempo sovente rivestivano un ruolo accessorio, adesso rappresentano spesso il fulcro narrativo. Come in questo caso, dove Alice si trasforma nell’eroina di se stessa per trarsi metaforicamente in salvo dai resti di un matrimonio violento.

Ma è sufficiente a dare un significato all’ennesimo splatter? No, anzi, ho trovato la scelta abbastanza risicata, a tratti patetica, utilizzata giusto per affibbiare una profondità presunta a una trama già vista. Se dobbiamo giudicare l’opera sotto il profilo tecnico, non ha niente che non funzioni. A parte qualche ricostruzione digitale discutibile, le scene sono dirette bene e sono terrificanti. Ma è proprio questo il punto, se negli anni Ottanta il terrore era uno strumento utilizzato per condurre a qualcosa di più grande, nel cinema contemporaneo la paura viene troppe volte trasmessa allo spettatore con una brutalità inutile.

C’è da chiedersi: a chi può mai far piacere assistere a qualcuno che fracassa un volto con lo sportello di una lavastoviglie? Purtroppo a tanti e la cosa dovrebbe farci riflettere su che tipo di società siamo diventati. Quanto siamo stati emotivamente anestetizzati per riuscire a trarre godimento da un’immagine simile? La casa – Il rogo del male è inconsistente e l’ho reputato davvero eccessivo nella sua banalità. 2,9 stelle su 5.

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