Si sono costituiti i ragazzi che la sera del 26 dicembre hanno accerchiato Bruno Petrone mentre si trovava in sella al suo scooter in via Bisignano, una delle stradine della zona della movida di Napoli. Secondo quanto emerso finora, si tratterebbe di cinque minorenni, tutti incensurati.
"Sono stato io ad accoltellarlo", avrebbe già ammesso uno di loro, un 15enne. È ora accusato di tentato omicidio e porto abusivo di arma da taglio. Il 18enne, originario di Minturno, nel basso Lazio, domiciliato in Campania da un paio d'anni per motivi sportivi, resta intanto ricoverato in gravi condizioni all'ospedale San Paolo di Fuorigrotta.
I fatti risalgono alla notte tra venerdì 26 e sabato 27 dicembre. Bruno stava chiacchierando con un suo amico quando i cinque sono arrivati a bordo di due scooter e lo hanno accerchiato. Uno di loro ha poi estratto un coltello, colpendolo - a volto scoperto - all'addome, al torace e al fianco sinistro.
Il 18enne è caduto a terra, sanguinante. Quando i sanitari del 118 sono arrivati sul posto, allertati dai presenti, lo hanno trasportato d'urgenza all'ospedale San Paolo di Fuorigrotta, dove i medici lo hanno operato, asportandogli la milza.
ha raccontato al Corriere della Sera la madre dopo essere andata a trovarlo, spiegando di non riuscire a capire "cosa possa essere accaduto".
Grazie ai filmati delle videocamere di sorveglianza installate nell'area in cui è avvenuto l'accoltellamento, i carabinieri sono riusciti rapidamente a identificare i responsabili.
Il primo a costituirsi è stato il 15enne, seguito poco dopo da un 17enne e altri minori: quattro sono stati fermati e uno denunciato a piede libero.
Si tratterebbe, secondo fonti locali, di ragazzi incensurati residenti nel quartiere Arenaccia, dove la vittima vive con la famiglia. Il più piccolo avrebbe già ammesso di aver colpito il 18enne.
Gli inquirenti dovranno ora ricostruire nel dettaglio ruoli e responsabilità.
Nel frattempo, compagni di squadra, amici e tifosi hanno dedicato a Bruno e messaggi di solidarietà, auspicando che possa riprendersi presto. "Siamo venuti a Napoli per seguirlo, perché è stato ingaggiato da una squadra di calcio", ha raccontato sempre la madre al Corriere.
"Ora penso che forse abbiamo sbagliato tutto. Ci sono troppe armi, troppa violenza: episodi del genere sono troppo frequenti", ha aggiunto, amareggiata. Suo figlio si salverà e lotterà per tornare in campo. Ma all'agguato avrebbe potuto, come successo a molti altri giovani, anche non sopravvivere.
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