10 Mar, 2026 - 09:56

"13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi" è una storia vera? Cosa accadde l'11 settembre 2012

"13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi" è una storia vera? Cosa accadde l'11 settembre 2012

Una notte di battaglia senza tregua, con esplosioni e colpi di mortaio ovunque. La vita appesa a un filo. È questo che racconta "13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi", diretto da Michael Bay: una delle operazioni militari più discusse degli ultimi anni. Ma la domanda che molti spettatori si sono fatti dopo averlo visto è sempre la stessa: la storia è davvero accaduta così?

Il blockbuster ha portato sullo schermo l’attacco terroristico contro strutture diplomatiche americane a Bengasi, in Libia, avvenuto l’11 settembre 2012. Una notte drammatica che ha provocato la morte di quattro cittadini statunitensi, tra cui l’ambasciatore Chris Stevens, e che ha scatenato polemiche politiche e indagini durate anni.

Il film ha cercato di raccontare quella notte dal punto di vista dei contractor che hanno difeso l’avamposto della CIA. Tuttavia alcune scene hanno acceso un dibattito acceso sull’accuratezza storica. Ecco cosa è successo davvero a Bengasi e quali parti del film sono state messe in discussione.

"13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi": cos'è successo?

La sera dell’11 settembre 2012 militanti legati al gruppo estremista Ansar al‑Sharia lanciano un attacco contro un complesso diplomatico degli Stati Uniti a Bengasi, città della Libia.

Intorno alle 21:42 la situazione precipita. Uomini armati prendono d’assalto la struttura e incendiano l’edificio principale. All’interno si trova l’ambasciatore Chris Stevens, insieme ad altri membri dello staff.

Un gruppo di sei ex militari americani, ingaggiati come contractor per la sicurezza della CIA, riceve una chiamata di emergenza. Tra loro ci sono Mark Geist, Kris Paronto e John Tiegen.

Gli uomini si preparano immediatamente a intervenire. Nel racconto cinematografico la squadra si muove verso il complesso mentre la situazione degenera rapidamente. L’edificio è già in fiamme e il fumo rende impossibile vedere a pochi metri di distanza.

Durante la notte gli attacchi continuano anche contro l’annesso della CIA. I contractor salgono sui tetti e respingono i militanti armati con fuoco di copertura mentre attendono rinforzi.

La battaglia dura ore. All’alba, l’ambasciatore Stevens viene dichiarato morto per intossicazione da fumo. Durante gli scontri muoiono anche l’ex Navy SEAL Tyrone Woods e l’ex marine Glenn Dougherty.

Nonostante le perdite, la squadra riesce a salvare circa trenta persone presenti nella struttura. È questo l'episodio di resistenza che ispira il film - e il libro su cui è basato.

I veri soldati dietro il film di Michael Bay

"13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi" si ispira al libro scritto dagli stessi contractor che hanno combattuto quella notte.Tra le figure centrali della storia c’è Mark Geist, soprannominato "Oz", gravemente ferito durante l’attacco. Un colpo di mortaio ha devastato il suo braccio mentre cercava di rispondere al fuoco dei militanti.

Anche Kris Paronto, ex ranger dell’esercito, e John Tiegen, ex sergente dei Marines, hanno raccontato pubblicamente cosa hanno vissuto durante quella notte in diverse interviste, dopo essere rientrati negli States. Secondo le loro testimonianze la situazione è stata estremamente caotica. Gli attacchi sono arrivati da più direzioni e la squadra ha dovuto improvvisare difese mentre cercava di evacuare il personale.

Il film ha cercato di ricreare proprio quel clima di tensione. L’attore John Krasinski, che interpreta Jack Silva (uno pseudonimo usato per proteggere l’identità reale del contractor), ha raccontato che molte scene sono state costruite dopo lunghe conversazioni con i veri protagonisti.

Il risultato è un film d’azione molto intenso che punta a mostrare il coraggio di uomini poco conosciuti al grande pubblico.

Le polemiche sull’accuratezza storica del film

Nonostante il film si basi su eventi reali, alcuni dettagli hanno generato forti polemiche.

La scena più controversa riguarda un presunto ordine di "ritirata" dato ai contractor dal capo della base della CIA a Bengasi. Nel film, l’uomo - identificato solo come "Bob" - impedisce alla squadra di intervenire immediatamente per difendere il complesso diplomatico.

Secondo Kris Paronto, quell’ordine è stato reale. Il contractor ha dichiarato che la parola "ritiratevi”" sono state pronunciate chiaramente e che il ritardo di circa venti minuti avrebbe compromesso la missione di soccorso. La versione ufficiale della CIA è diversa.

L’ex capo della base ha negato categoricamente che sia stato dato un ordine simile, sostenendo che la squadra sarebbe partita comunque e che non è mai stato imposto un divieto di intervenire. Anche il supporto aereo mostrato nel film ha alimentato discussioni. Alcuni spettatori hanno interpretato la scena come una decisione politica di negare l’aiuto militare.

Le indagini del Congresso americano hanno invece stabilito che i caccia e le unità tattiche erano troppo lontani per intervenire in tempo utile. In altre parole, anche se fossero stati mobilitati immediatamente, difficilmente avrebbero cambiato l’esito della battaglia.

Per questo molti analisti ritengono che il film enfatizzi alcune dinamiche per ragioni narrative. Dopo l’attacco, il caso Bengasi è diventato uno dei temi politici più discussi negli Stati Uniti.

Il Congresso ha avviato lunghe indagini per capire cosa fosse andato storto nella sicurezza del complesso diplomatico. Nel corso degli anni sono stati analizzati decine di migliaia di documenti e organizzate ore di audizioni pubbliche. Al centro del dibattito è finito anche il ruolo dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, interrogata più volte su cosa sapesse e su come il governo abbia gestito la crisi.

Tuttavia molti dei contractor coinvolti hanno sottolineato che la responsabilità principale dell’attacco ricade sui militanti di Ansar al‑Sharia, il gruppo che ha organizzato l’assalto. Nel tempo Bengasi è diventato un simbolo di divisione politica negli Stati Uniti, con interpretazioni diverse su responsabilità e gestione dell’emergenza.

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