Oltre 1.700 donne hanno firmato un appello per votare no al prossimo referendum sulla giustizia. Il manifesto, promosso dalla costituzionalista Carla Bassu, dalle avvocate Teresa Manente e Concetta Gentili, dalla filosofa Fabrizia Giuliano, dalla giudice Maria Monteleone e dalla psicologa Elvira Reale, ha raccolto l’adesione di molte figure del mondo della cultura, del cinema e dello spettacolo.
Il no alla riforma sulla separazione delle carriere muove, oltre che da una critica nel merito, da una prospettiva femminista: secondo le firmatarie, la riforma indebolisce la magistratura, rendendola più esposta alle pressioni della politica e incidendo negativamente sulla tutela delle donne e sul contrasto alla violenza di genere.
L’appello arriva dopo che già ieri la questione femminista era entrata nel dibattito, con un’iniziativa di segno opposto, quella delle “Donne per il sì”.
“Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e contrastare violenze, discriminazioni e diseguaglianze”, si legge nel manifesto.
Il punto, secondo le 1.700 donne firmatarie, è che la riforma della giustizia incide profondamente sull’equilibrio dello Stato, determinando “chi viene protetto e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa no”.
A fare le spese di questo cambiamento, secondo questa analisi, sarebbero anzitutto le donne, soprattutto quelle vittime di violenza. Un passaggio, in particolare, sottolinea questo rischio.
Secondo le firmatarie, separare la formazione e il percorso professionale di giudici e pm rischia di compromettere la cultura del contrasto alla violenza di genere. “L’inquirente che condivide la stessa cultura e formazione del giudicante è infatti più attrezzato a riconoscere le dinamiche tipiche delle aggressioni maschili”.
“Votare no è una scelta femminista e democratica”: è la conclusione dell’appello, nel quale si sottolinea la necessità di “difendere la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti” e “l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne”.
Tra le firmatarie dell’appello figurano le attrici Anna Foglietta e Angela Finocchiaro, le registe Francesca Archibugi e Francesca Comencini, la cantante Fiorella Mannoia. E ancora: le fondatrici di due associazioni a difesa dei diritti delle donne e contro la violenza di genere, Alessandra Kustermann (Donna Aiuta Donna) ed Elisa Ercoli (Differenza Donna).
La pubblicazione dell’appello per il no “femminista” al referendum ha scatenato il dibattito sui social. Carlo Calenda ha criticato l’iniziativa: “Il NO è femminista e il SÌ è maschilista. Non in un referendum sull’aborto o sul divorzio, ma sulla separazione delle carriere dei magistrati! Siamo all’ultima spiaggia”, ha scritto il senatore. “La verità è che il NO, nell’ambiente che ben conosco della cultura e del cinema, è spesso conformista. E il conformismo è il contrario della cultura libera e anche del femminismo”.
“Secondo le solite femministe di sinistra, la riforma della giustizia andrebbe addirittura contro le donne. È la dimostrazione che non sanno più cosa inventarsi per nascondere la verità: stanno facendo una campagna politica contro il governo, che non c’entra niente con i temi del referendum”, il commento di Gian Marco Centinaio, senatore della Lega e vicepresidente vicario del Senato.
L’iniziativa femminista per il no al referendum segue quella di segno opposto, delle “Donne per il sì”, lanciata da oltre 110 magistrate, docenti, avvocate, giornaliste ed esponenti della società civile. Tra queste: la professoressa di diritto costituzionale Marilisa D’Amico, l’ex parlamentare Paola Concia, la componente del Csm Claudia Eccher, la presidente della Fondazione Marisa Bellisario Lella Golfo, la giornalista e scrittrice Rosanna Lambertucci e la presidente della Global Thinking Foundation Claudia Segre.
Anche le “Donne per il sì”, nel loro appello, hanno fatto riferimento a una prospettiva essenzialmente femminile per motivare il sostegno alla riforma, soprattutto in relazione alla necessità di superare gli squilibri di genere nel mondo della magistratura.
Nel loro appello, le donne firmatarie hanno sottolineato come l’approvazione della riforma permetterebbe di superare il meccanismo delle correnti, “non estraneo alla penalizzazione che le donne subiscono anche nella rappresentanza in seno al Csm”. Come si legge, infatti: “Le donne da ormai vent’anni sono stabilmente maggioritarie tra i vincitori del concorso di accesso, ma nelle ultime due consiliature del Csm ne sono state elette 6 su 20 componenti togati totali, meno di un terzo”.
Non solo: “Quasi tre magistrati su quattro (circa il 68%) tra coloro che esercitano funzioni direttive sono uomini. Uno squilibrio che si registra negli uffici giudicanti e, in modo ancora più accentuato, in quelli requirenti, guidati da una donna solo nel 23% dei casi”.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *