Il documentario “Giulio Regeni - tutto sulla morte di Giulio Regeni” non riceverà alcun finanziamento pubblico. Lo ha stabilito la commissione del ministero della Cultura incaricata di assegnare i contributi selettivi al cinema. Nella graduatoria finale, su oltre 118 pellicole esaminate, il documentario sulla morte del ricercatore italiano, torturato fino alla morte in Egitto nel 2016, si è posizionato solo al 36° posto.
In particolare, la commissione ha assegnato al film un punteggio basso su “utilità, innovatività e originalità della sceneggiatura e del soggetto”, conferendogli solo 36 punti su un massimo di 63.
Della scelta della commissione chiedono ora conto le opposizioni, con tre interrogazioni urgenti al ministro della Cultura.
Le tre interrogazioni, presentate da Partito Democratico, +Europa e Alleanza Verdi e Sinistra, chiedono al ministro di spiegare perché il documentario sulla morte di Giulio Regeni sia stato escluso dal finanziamento.
“Parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale, eppure viene esclusa dal sostegno pubblico senza motivazioni convincenti”, si legge nel testo del Partito Democratico a prima firma Elly Schlein, che sottolinea come la scelta della commissione sia “ingiusta, sbagliata e offensiva della memoria di Giulio e della sua famiglia”.
Il dubbio avanzato dai partiti di opposizione è che, più che una decisione tecnica basata sull’assegnazione di punteggi, si sia trattato di una scelta politica. Secondo i democratici, peraltro, la vicenda è l’ennesima testimonianza di come “la riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta da Meloni porti a una gestione di quei fondi più discrezionale e politicizzata”.
“Siamo oltre la fantascienza: è stata ritenuta di scarso interesse culturale una pellicola che ha vinto il Nastro della Legalità 2026, sarà proiettata in 76 atenei italiani e il 5 maggio verrà presentata al Parlamento europeo”, ha affermato Riccardo Magi. “O la commissione ministeriale è totalmente incompetente oppure, cosa più probabile, c’è stato un mandato politico per negare i fondi statali al documentario su Regeni”.
Sulla stessa linea Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra: “Non è una valutazione artistica, ma una scelta politica: si impedisce di raccontare chi e perché ha ucciso Giulio Regeni. Il ministero non può nascondersi: o non è stato in grado di riconoscere il valore dell’opera, oppure ha avallato una decisione politica”.
Anche Azione, il partito di Carlo Calenda, ha preso posizione sul mancato finanziamento.
“Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso. Da allora chiediamo una sola cosa: verità. Proprio per questo è fondamentale chiarire subito perché un documentario che racconta questa tragica storia, già premiato e proiettato nelle università, venga giudicato ‘di scarso interesse culturale’ e lasciato senza fondi pubblici dal Ministero della Cultura. Su Giulio non possono esserci zone grigie: o si sta dalla parte della verità, o si volta lo sguardo dall’altra parte”.
Il commento della famiglia Regeni sulla vicenda è arrivato tramite la legale della famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini, che si è limitata a commentare: “Forse tutto questo a qualcuno fa paura”.
Solo a gennaio, la famiglia Regeni aveva espresso tutto il suo disappunto per l’incontro tenuto al Viminale dal ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, con l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik. Nell’incontro, avvenuto nella stessa settimana dell’anniversario della morte di Regeni, Piantedosi avrebbe elogiato le forze di sicurezza egiziane, le stesse che avevano torturato il ricercatore italiano.
Sul tema sono intervenuti anche i produttori della pellicola, Mario Mazzarotto per Ganesh e Domenico Procacci per Fandango. Quest’ultimo, in particolare, ha sottolineato come la questione non sia economica, ma di principio:
“Alla mia società non entra nulla. È una questione civile. Il documentario è già uscito e ha già vinto. Giulio, con o senza finanziamenti, continuerà a fare cose".
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