È veramente possibile crescere un figlio senza un compagno? Anzi, senza avere alcuna informazione su chi sia il padre? Chi affronta l’esperienza della maternità facendo ricorso all’inseminazione artificiale, tramite un donatore di sperma anonimo, riesce davvero a non domandarsi mai chi è l’uomo a cui è appartenuto quel liquido seminale? Al di là del dilemma etico, del dibattito religioso o del giudizio morale, credo sia giusto chiedersi se questo non rappresenti una scelta innaturale. Il desiderio di diventare genitori a tutti i costi legittima un essere umano a procurarsi un figlio, programmandolo come lo si farebbe con un appuntamento dal dentista?
Essendo cresciuta senza padre, in una famiglia di sole donne, seppur concepita nella maniera “classica”, a 36 anni non posso fare a meno di chiedermi se una figura paterna stabile avrebbe influenzato diversamente il mio percorso di vita. Sia chiaro, non sto dicendo che chi viene allevato da un genitore soltanto valga meno di chi ne ha avuti due, ma è inevitabile che un bambino, poi adolescente, poi adulto, si faccia delle domande riguardo alla propria identità più profonda. Ma se, come nel mio caso, sai chi è quell’uomo, pur non avendoci quasi mai avuto a che fare, i dubbi hanno un sapore e un peso diverso. Si può essere felici lo stesso, in alcuni casi anche di più, ma mi domando come sia crescere senza la possibilità di ricevere delle risposte in merito alle proprie origini.
E se invece fosse una madre a porsi dei quesiti troppo grandi per riuscire a trovare pace? La cineasta norvegese Janicke Askevold, al secondo lungometraggio, fa subentrare questo cruccio nell’esistenza della protagonista Edith in punta di piedi, come se si insinuasse nella sua psiche strisciando lentamente.
Edith (Lisa Loven Kongsli) è una quarantenne single che lavora come giornalista e, qualche anno prima, aveva fatto ricorso all’inseminazione artificiale per avere un figlio. Oggi mamma del piccolo Leo, tramite l’amica Trine (Trude-Sofie Olavsrud Anthonsen), anch’essa genitore grazie alla fecondazione assistita, Edith viene a conoscenza del nome del suo vecchio donatore. Facendo qualche ricerca online, incuriosita, deciderà poi di contattarlo per proporgli un’intervista, fingendosi interessata alla sua carriera di sviluppatore di videogiochi.
Noi due sconosciuti (Solomamma), è l’ennesimo lungometraggio che appartiene al panorama cinematografico norvegese degli ultimi anni, che si sofferma sulle tante diramazioni della sofferenza psichica. Anche se la seconda pellicola scritta e diretta da Janicke Askevold non è incentrata sui disturbi mentali, la sceneggiatura ruota tutt’intorno al dilemma interiore vissuto dal personaggio principale. E se a una prima occhiata la ricerca del padre biologico di suo figlio pare essere il motore che spinge Edith a tentare di incontrarlo, in realtà c’è molto altro da cui sta sfuggendo.
Edith è appena entrata nell’età di mezzo tra la giovinezza e l’anzianità e lo ha fatto da sola, senza il supporto di un compagno al suo fianco. Non ha amici, fatta eccezione per Trine, con la quale condivide però soltanto il fatto di essere madre. Sta allevando Leo da sola, con tutto il carico emotivo che ne consegue. Come se non bastasse, è orfana di padre e alla mamma è stato appena diagnosticato l’Alzheimer. Man mano che la narrazione si sviluppa, è lampante che ciò che l’ha spinta verso la scelta della maternità solitaria è stata una necessità di colmare dei vuoti esistenziali.
Partendo da un soggetto molto interessante, a proposito del quale si poteva e si doveva scavare di più, Janicke Askevold ha confezionato un’opera gradevole, ma poco incisiva. In questo caso la sua regia risulta molto controllata nella messa in scena di ciò che avrebbe dovuto rappresentare un grande tormento interiore. È come se l’occhio della cinepresa fosse rimasto sempre a riva della coscienza dei personaggi, senza tuffarsi d’impeto alla ricerca degli angoli più nascosti. 3 stelle su 5.
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