Ci sono sconfitte che non ridimensionano un campione, ma ne amplificano il profilo agonistico e umano. La caduta di Jannik Sinner al Roland Garros appartiene a questa categoria: quella delle partite che il punteggio cristallizza in una sconfitta al quinto set dopo aver condotto 2-0 e 5-1 al terzo, ma che il tennis più vero riconosce come prove di dignità sportiva prima ancora che tecnica.
Per comprendere davvero quanto accaduto a Parigi bisogna partire da una premessa essenziale: il tennis tre set su cinque è spesso uno sport beffardo, crudele, quasi sadico nella sua dinamica fisiologica. Non basta essere superiori per due ore. Occorre sopravvivere a se stessi, alle oscillazioni mentali, all’acido lattico, alle microfratture emotive che una partita lunga inevitabilmente produce.
È un’altra disciplina rispetto al circuito ordinario.Nei Major il tempo diventa un nemico. Il corpo si deteriora progressivamente, la lucidità si assottiglia, la qualità tecnica viene corrosa dalla fatica. Ed è proprio lì che emergono la tempra e la dignità di un giocatore.
Sinner, pur visibilmente limitato e in evidente sofferenza fisica, ha scelto di non ritirarsi. Un gesto che nel tennis contemporaneo merita di essere sottolineato. La gestione scientifica dei calendari, l’ossessione per la preservazione fisica e l’approccio manageriale alle carriere hanno reso il ritiro una soluzione quasi normale. Probabilmente il novanta per cento dei tennisti avrebbe interrotto il match molto prima, proteggendo ranking, energie e prospettive future.
Lui invece è rimasto lì. Ha continuato a giocare, a correre, a cercare soluzioni tattiche anche quando il corpo sembrava suggerire altro. Ed è proprio questa ostinazione composta che restituisce nobiltà sportiva alla sua sconfitta. Perdere così, senza cercare scorciatoie come tanti nel passato, spesso racconta più carattere di molte vittorie ottenute in controllo.
La storia del tennis è piena di partite entrate nella leggenda proprio per questa dimensione quasi tragica della resistenza. L’esempio più celebre resta probabilmente quello di Michael Chang contro Ivan Lendl al Roland Garros del 1989. Chang aveva appena diciassette anni e si trovò sotto di due set contro il numero uno del mondo, il fuoriclasse ceco. Nel quinto set era devastato dai crampi, incapace quasi di servire normalmente. Eppure non si ritirò. Continuò a restare aggrappato alla partita con moonball difensive, pause al limite del collasso e persino il celebre servizio da sotto che destabilizzò psicologicamente Lendl. Alla fine vinse in cinque set una delle partite più iconiche della storia del tennis. Quel match è diventato il manifesto perfetto della crudeltà del tennis lungo: un giovane promettente apparentemente spacciato che sopravvive alla sofferenza e un dominatore come Lendl che progressivamente si sgretola davanti all’impossibilità di chiudere l’incontro.
Anche Rafael Nadal ha costruito parte della propria leggenda dentro sconfitte fisicamente estreme. La finale degli Australian Open 2012 contro Novak Djokovic, quasi sei ore di battaglia, rappresenta ancora oggi uno dei punti massimi di usura atletica mai raggiunti in una finale Slam. Nadal uscì sconfitto, ma senza mai sottrarsi alla lotta, trascinando il proprio corpo oltre il limite fisiologico.
Lo stesso vale per Andy Murray negli anni della degenerazione all’anca: mesi interi giocati tra dolore e limitazioni evidenti, con la volontà ostinata di non concedere nulla gratuitamente all’avversario.
E persino Pete Sampras agli Australian Open del 1995 contro Jim Courier offrì una delle immagini più umane mai viste su un campo da tennis: lacrime, sofferenza emotiva e tuttavia la scelta di continuare a competere.
È questa la natura profonda del tennis Slam: uno sport che non misura soltanto il talento, ma la capacità di convivere con il deterioramento progressivo delle proprie certezze fisiche e mentali.
Per questo la sconfitta di Sinner va letta oltre il risultato. Certamente resta un’occasione mancata, una ferita sportiva dolorosa. Ma dentro quella partita c’è anche qualcosa che il tennis riconosce immediatamente, a dignità competitiva di chi sceglie di non arrendersi quando il ritiro sarebbe stata la soluzione più semplice e forse persino più conveniente.
Ed è qui che il Roland Garros, ancora una volta, conferma la sua natura più autentica: sulla terra rossa non vincono sempre i più forti nel senso assoluto del termine. Sopravvivono soprattutto quelli capaci di accettare la sofferenza senza smettere di lottare.
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