Ogni volta che la Nazionale attraversa una crisi, il dibattito si sviluppa sempre lungo la stessa direttrice. Chi sarà il prossimo commissario tecnico? Quale grande allenatore accetterà la sfida? Quale nome sarà in grado di restituire prestigio e credibilità all'Italia?
È una reazione quasi automatica. Come se il problema principale fosse il volto seduto in panchina e non tutto ciò che accade prima.
Dopo la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, il calcio italiano sembra essere ricaduto nello stesso schema. Si parla di Roberto Mancini, di Antonio Conte, perfino di suggestioni internazionali. Si cerca il profilo forte, il curriculum importante, il tecnico capace di rassicurare ambiente e tifosi.
Nel frattempo, però, le due partite disputate dalla Nazionale sperimentale guidata da Silvio Baldini hanno lasciato una domanda che merita un approfondimento diverso dal solito.
Siamo davvero sicuri che oggi all'Italia serva un nome forte?
Silvio Baldini è stato il primo a riconoscere di non possedere il curriculum tradizionalmente associato alla panchina azzurra.
Nessuna Champions League vinta. Nessuno scudetto. Nessuna lunga esperienza ai vertici del calcio europeo.
Eppure, nelle due amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, ha ottenuto qualcosa che molti allenatori ben più celebrati non erano riusciti a trasmettere negli ultimi anni: entusiasmo, identità e prospettiva.
Naturalmente sarebbe ingenuo trarre conclusioni definitive da due sole partite. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il messaggio emerso dal campo.
La sua Italia non ha impressionato soltanto per i risultati. Ha colpito soprattutto per il coraggio.
Una squadra con un'età media bassissima, composta da ragazzi provenienti quasi interamente dal percorso Under 21, che ha giocato senza complessi e con la leggerezza tipica di chi vede il futuro davanti a sé e non alle proprie spalle.
Ed è qui che nasce il vero paradosso.
Baldini probabilmente non sarà il prossimo CT proprio perché non possiede quel curriculum che il sistema considera indispensabile. Ma il principio che ha mostrato potrebbe essere molto più importante del nome che verrà scelto.
Negli ultimi vent'anni sulla panchina azzurra si sono alternati allenatori di ogni tipo.
Marcello Lippi ha vinto un Mondiale, Cesare Prandelli ha raggiunto una finale europea, Antonio Conte ha ottenuto risultati superiori al valore tecnico della rosa, Roberto Mancini ha conquistato un Europeo e Luciano Spalletti arrivava da uno scudetto dominato con il Napoli.
Allenatori diversi, curriculum straordinari, filosofie opposte. Eppure il movimento continua a presentare gli stessi problemi.
Questo dovrebbe suggerire una riflessione semplice: forse il CT conta meno di quanto immaginiamo. Una Nazionale non allena i giocatori ogni giorno. Li riceve già formati o non formati dai club.
Se il calcio italiano produce pochi giovani pronti per l'alto livello, nessun allenatore, per quanto famoso, può risolvere il problema con una bacchetta magica.
Le vittorie dell'Under 17, i risultati delle selezioni giovanili e la stessa esperienza delle ultime settimane raccontano una verità spesso ignorata. Il talento italiano esiste. Non è sparito.
Non è inferiore a quello di altri Paesi. Il problema riguarda il passaggio successivo.
Troppi ragazzi arrivano ai 20 o 21 anni senza aver accumulato minuti importanti nei massimi campionati. Troppi talenti vengono considerati promesse quando all'estero i loro coetanei sono già protagonisti.
Il caso di Lamine Yamal rappresenta soltanto l'esempio più evidente di una differenza culturale. In Spagna, Germania o Francia l'età è spesso un dettaglio. In Italia continua a essere un ostacolo.
Per questo la parentesi Baldini assume un significato particolare. Perché ha mostrato cosa può accadere quando si smette di considerare la gioventù come un rischio e si comincia a trattarla come una risorsa.
È comprensibile che la Federazione voglia affidarsi a un tecnico di grande esperienza. Dopo una crisi così profonda servono credibilità, leadership e capacità di gestire una pressione enorme.
Nessuno mette in discussione il valore di profili come Mancini o Conte. La domanda, però, è un'altra: il futuro CT sarà disposto a percorrere la strada indicata da Baldini? Perché il rischio è che il dibattito si concentri sul nome e dimentichi il progetto.
L'Italia non ha bisogno soltanto di un allenatore famoso. Ha bisogno di qualcuno che creda davvero nella continuità tra settore giovanile, Under 21 e Nazionale maggiore.
Ha bisogno di un commissario tecnico disposto ad accettare errori e difficoltà iniziali in cambio della costruzione di un ciclo. Ha bisogno di una visione.
Probabilmente a settembre sulla panchina azzurra siederà un altro allenatore. È la logica del sistema e difficilmente cambierà. Ma sarebbe un errore archiviare queste due partite come una semplice parentesi.
Baldini ha ricordato a tutto il movimento una verità che spesso viene dimenticata: il problema dell'Italia non è trovare il prossimo grande CT.
Il problema è creare le condizioni affinché il prossimo grande CT abbia finalmente una generazione pronta da allenare.
Se il nuovo commissario tecnico comprenderà questo messaggio, allora l'esperienza di Baldini avrà avuto un valore enorme anche senza trasformarsi in una conferma.
Perché forse la domanda giusta non è "chi sarà il prossimo CT dell'Italia?".
La domanda giusta è: siamo sicuri che basti un nome forte per risolvere problemi che il calcio italiano si trascina da almeno quindici anni?
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