Di fronte a certe dichiarazioni pubbliche, il problema non è soltanto il contenuto, è il ruolo di chi le pronuncia. Quando il presidente della FIFA, Gianni Infantino, ironizza sulla mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali affermando che forse, con un torneo a 64 squadre, gli azzurri riuscirebbero finalmente a partecipare, non siamo più nel terreno della battuta estemporanea. Entriamo invece in quello, assai più delicato, della responsabilità istituzionale.
L’Italia attraversa da anni una crisi calcistica evidente. Nessuno può negarlo. Tre esclusioni consecutive dalla fase finale del Mondiale rappresentano una ferita aperta per un Paese che ha contribuito a scrivere la storia del calcio mondiale. Proprio per questo motivo, però, sarebbe lecito attendersi dal vertice della FIFA non sarcasmo da talk show, bensì equilibrio, misura e rispetto verso una delle quattro nazionali più titolate della storia.
La questione assume contorni ancora più singolari se si considera che a parlare è un altro dirigente che ama spesso richiamare le proprie radici italiane e, in particolare, quelle familiari calabresi. Eppure, anziché manifestare comprensione per il momento difficile del calcio italiano, il presidente della FIFA ha preferito indulgere in una battuta che molti hanno percepito come irridente. Un atteggiamento che appare ancor più discutibile se proveniente dal custode delle istituzioni calcistiche mondiali.
Vi è però un aspect che merita di essere evidenziato senza reticenze. Le parole di Infantino non nascono nel vuoto. Sono anche il prodotto di un sistema di relazioni e di equilibri di potere che, negli anni, gli ha consentito di consolidare una posizione pressoché incontrastata. Viene da chiedersi se una parte delle responsabilità non ricada anche su quei settori della governance calcistica europea e italiana che, tra FIGC e UEFA, hanno troppo spesso accettato, assecondato o comunque tollerato atteggiamenti di evidente e incontrastato predominio politico.
Chi viene abituato a esercitare il potere senza contraddittorio finisce inevitabilmente per considerare normale ciò che normale non è: sbeffeggiare una grande nazione calcistica, mortificare i suoi rappresentanti e colpire con severità talvolta sproporzionata dirigenti e presidenti che per storia, consenso e peso specifico hanno rappresentato centri di influenza alternativi all'attuale establishment internazionale.
Se oggi il presidente FIFA si sente autorizzato a ironizzare sull'Italia con tale leggerezza, forse è anche perché per troppo tempo nessuno, nelle sedi che contano, ha ritenuto opportuno ricordargli che il rispetto istituzionale non è una concessione, ma un dovere.
Vi è poi un ulteriore elemento che merita riflessione. La credibilità morale di chi impartisce lezioni o distribuisce sarcasmo dovrebbe sempre confrontarsi con la propria storia pubblica. Negli ultimi anni il nome di Infantino è stato più volte associato a polemiche, inchieste e controversie giudiziarie. Recentemente Michel Platini gli ha notificato una nuova denuncia penale e una causa civile sostenendo di essere stato vittima di manovre volte a impedirgli l’ascesa alla guida della FIFA nel 2015. Ciò rappresenta un dato politico e istituzionale che non può essere ignorato. In una fase in cui il presidente della FIFA continua a essere oggetto di contestazioni e iniziative giudiziarie da parte di uno dei più grandi protagonisti del calcio europeo, forse sarebbe opportuno esercitare una maggiore prudenza prima di dispensare ironie verso altri.
L’impressione, ormai consolidata, è che la FIFA contemporanea abbia progressivamente sostituito la sobrietà della governance con la spettacolarizzazione permanente. Mondiali sempre più estesi, logiche commerciali pervasive, ricerca continua dell’effetto mediatico. In questo contesto, la battuta sull’Italia sembra inserirsi perfettamente in una strategia comunicativa che privilegia la provocazione alla rappresentanza istituzionale.
Eppure il calcio avrebbe bisogno dell’esatto contrario. Avrebbe bisogno di dirigenti capaci di comprendere il valore simbolico delle parole. Perché l’Italia può attraversare una delle fasi più difficili della propria storia sportiva, ma resta una nazione che ha conquistato quattro Coppe del Mondo, prodotto generazioni di campioni e contribuito in modo decisivo alla costruzione del calcio moderno.
La crisi degli azzurri è reale. L’ironia del presidente FIFA, invece, appare soltanto fuori luogo. E quando la guida del calcio mondiale sceglie la derisione anziché il rispetto, il problema non riguarda più l’Italia, ma la qualità della leadership che governa il pallone globale.
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