24 Jun, 2026 - 08:00

Mercato del lavoro e inverno demografico: formazione e giovani al centro della crescita

In collaborazione con
Matteo Di Felice
Mercato del lavoro e inverno demografico: formazione e giovani al centro della crescita

L’Italia entra in una fase in cui demografia, competenze e produttività non possono più essere analizzate separatamente. Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, a fronte di 652 mila decessi, mentre le proiezioni indicano una progressiva riduzione della popolazione in età attiva. Il tema non riguarda soltanto il sistema previdenziale o l’equilibrio tra generazioni: incide direttamente sulla capacità delle imprese di trovare persone, innovare e sostenere la crescita.

Il paradosso è già visibile. L’occupazione mostra una buona tenuta e la disoccupazione si è ridotta, ma numerose aziende non riescono a coprire le posizioni aperte. Nel 2025 il disallineamento ha interessato circa il 47% delle entrate programmate dalle imprese. Il mercato del lavoro dispone quindi di meno candidati potenziali e, nello stesso tempo, richiede conoscenze tecniche e trasversali che cambiano più rapidamente rispetto ai percorsi tradizionali di istruzione e inserimento professionale.

L’inverno demografico diventa un vincolo industriale

Il calo delle nascite produce effetti lenti, ma cumulativi. Secondo le previsioni demografiche, la popolazione italiana tra i 15 e i 64 anni potrebbe passare da 37,2 milioni nel 2024 a meno di 30 milioni nel 2050. Anche ipotizzando una maggiore partecipazione di donne, giovani e lavoratori maturi, la base disponibile per alimentare imprese, pubblica amministrazione e professioni continuerà a restringersi.

Per il sistema produttivo significa confrontarsi con una concorrenza crescente sui talenti. Le aziende non competono più soltanto per conquistare clienti o quote di mercato, ma anche per assicurarsi tecnici, operai specializzati, professionisti digitali, ingegneri e figure commerciali. Nei territori con minore attrattività il problema può diventare ancora più intenso, perché alla scarsità anagrafica si sommano mobilità verso le grandi città, emigrazione qualificata e difficoltà abitative.

L’inverno demografico è dunque un fattore da inserire nei piani industriali, nelle valutazioni degli investitori e nelle strategie territoriali. La disponibilità di capitale umano diventa una condizione concreta per decidere dove aprire uno stabilimento, ampliare una sede o sviluppare una nuova linea di business.

Il mismatch non è soltanto mancanza di candidati

La difficoltà di reperimento non nasce da una sola causa. In alcuni comparti mancano fisicamente persone disponibili; in altri esiste un divario tra competenze possedute e competenze richieste. La trasformazione digitale, l’automazione, l’intelligenza artificiale e la transizione energetica stanno modificando mansioni che fino a pochi anni fa apparivano consolidate.

La risposta non può limitarsi alla pubblicazione di più annunci. Servono formazione continua, collaborazione con scuole e università, percorsi tecnici meglio collegati ai distretti produttivi e sistemi di selezione capaci di riconoscere anche il potenziale, non soltanto l’esperienza già maturata. Un giovane può non possedere tutte le competenze richieste al momento dell’assunzione, ma può acquisirle rapidamente se inserito in un percorso ben progettato.

Anche la produttività è coinvolta. Tra il 2019 e il 2024 la produttività del lavoro nel settore privato è cresciuta dell’1,6%, meno della metà rispetto al quinquennio precedente, con una flessione concentrata nel 2023-2024. Assumere senza ripensare processi, tecnologie e organizzazione non basta. La qualità del lavoro dipende dalla capacità di mettere le persone nelle condizioni di contribuire, imparare e utilizzare strumenti adeguati.

Giovani e imprese devono imparare a riconoscersi

La scarsità di talenti convive con una quota di potenziale giovanile ancora poco valorizzata. Molti ragazzi entrano nella fase delle scelte senza una conoscenza concreta delle professioni, dei settori in crescita e delle competenze richieste. Le imprese, dal canto loro, continuano talvolta a utilizzare linguaggi, procedure di selezione e modelli organizzativi percepiti come distanti.

In questo spazio opera W Group, realtà specializzata nelle soluzioni per il capitale umano, impegnata nel supportare le aziende nell’evoluzione dei modelli organizzativi e nel favorire percorsi di orientamento, formazione e inserimento. Il punto centrale non è soltanto far incontrare domanda e offerta, ma costruire connessioni più leggibili tra aspettative delle nuove generazioni e bisogni produttivi.

Le persone più giovani valutano retribuzione e stabilità, ma prestano attenzione anche a possibilità di apprendimento, qualità della leadership, flessibilità, coerenza dei valori e prospettive di crescita. Per attrarle non bastano campagne di employer branding. Occorre rendere credibile la proposta professionale attraverso percorsi di sviluppo concreti, manager preparati e processi di ingresso che riducano la distanza tra promessa e realtà quotidiana.

Orientamento e competenze STEM come infrastrutture sociali

L’orientamento non dovrebbe essere una breve attività concentrata alla fine del percorso scolastico. Deve diventare un processo progressivo, fondato sul contatto con tecnologie, mestieri, imprese e problemi reali. In questa prospettiva si colloca Officina Futuro Fondazione W Group ETS, nata per favorire inclusione, conoscenza e avvicinamento al lavoro attraverso iniziative rivolte anche a persone in condizioni di fragilità.

Tra i progetti più significativi rientra Girls Code It Better, noto come GCIB, che accompagna le studentesse delle scuole secondarie alla scoperta della creatività digitale, dell’imprenditorialità e delle carriere STEM. Il progetto interviene su un punto strategico: ampliare il numero di ragazze che considerano possibili percorsi scientifici e tecnologici, superando stereotipi che restringono prematuramente le scelte formative.

Esperienze di questo tipo mostrano che la formazione efficace non coincide con la sola trasmissione di nozioni. Laboratori, lavoro di gruppo, progettazione e confronto con professionisti permettono di sviluppare competenze trasversali come collaborazione, comunicazione, pensiero critico e capacità di risolvere problemi. Sono abilità sempre più richieste dalle imprese e difficili da costruire attraverso modalità esclusivamente teoriche.

La nuova competitività passa dalla capacità di formare

Per le aziende, investire sulle competenze non è più una misura accessoria riservata alle direzioni HR. È una scelta legata alla continuità operativa, alla produttività e alla possibilità di adottare nuove tecnologie. Un’impresa che non trova personale qualificato può rinunciare a commesse, rallentare gli investimenti o dipendere da poche figure difficili da sostituire.

La risposta richiede una strategia plurale: aumento della partecipazione femminile, valorizzazione dei giovani, aggiornamento dei lavoratori già occupati, inclusione delle persone inattive, gestione dell’immigrazione professionale e trasferimento delle competenze tra generazioni. Nessuna leva, presa da sola, può compensare la portata del cambiamento demografico.

Nel nuovo mercato del lavoro, la formazione diventa quindi parte dell’infrastruttura economica del Paese. Scuole, imprese, agenzie specializzate, istituzioni e territori sono chiamati a condividere informazioni e responsabilità. La crescita dipenderà sempre meno dalla semplice disponibilità numerica di persone e sempre più dalla capacità di creare opportunità credibili, aggiornare rapidamente le competenze e trasformare il potenziale dei giovani in valore professionale e produttivo.

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