In questi Mondiali è successo qualcosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato impensabile. Nove delle dieci nazionali africane hanno superato la fase a gironi, un risultato senza precedenti che testimonia la crescita di un intero movimento. L'ampliamento del torneo da 32 a 48 squadre ha certamente aumentato le possibilità di qualificazione, ma ciò non basta a spiegare l'exploit. Negli ultimi anni il calcio africano è cambiato sotto molti aspetti: dagli investimenti nelle infrastrutture alla formazione dei giovani, fino all'organizzazione delle federazioni.
Marocco, Senegal, Ghana e Algeria erano già considerate realtà importanti del calcio africano. A loro si sono aggiunte nazionali come Sudafrica, Costa d'Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Egitto e Capo Verde, tutte capaci di conquistare la qualificazione ai sedicesimi. Mai così tante rappresentative del continente erano riuscite a superare la fase iniziale e molte di loro hanno brillato anche contro avversarie europee e sudamericane. Scopriamo allora cosa si nasconde dietro l'inaspettato avvicendamento.
Se c'è un Paese che meglio rappresenta questa trasformazione è il Marocco. La storica semifinale ai Mondiali 2022 non è stata un episodio casuale, ma il risultato di un progetto costruito nel tempo. Negli ultimi anni Rabat ha investito molto nello sport, sia per rafforzare il proprio movimento che per aumentarne il peso internazionale. L'organizzazione della Coppa d'Africa e dei Mondiali 2030, che ospiterà insieme a Spagna e Portogallo, hanno accelerato ulteriormente questo processo.
Nuovi stadi, infrastrutture moderne, collegamenti ferroviari e aeroporti rinnovati fanno parte di un piano molto più ampio. Il calcio è diventato uno strumento di prestigio internazionale e un settore strategico sul quale il Paese continua a investire. Anche la collaborazione con altre federazioni africane, attraverso programmi di sviluppo e formazione, ha contribuito alla crescita dell'intero movimento.
L'esplosione del calcio africano non si spiega solo attraverso gli investimenti economici. Negli ultimi anni molte federazioni hanno migliorato il lavoro di scouting, scegliendo giocatori nati in Europa ma con origini africane e convincendoli a rappresentare il proprio Paese. Tale strategia ha pagato e oggi le varie nazionali possono contare su calciatori protagonisti nei principali campionati europei. Atleti abituati a giocare partite di alto livello e ad affrontare la pressione dei tornei più importanti.
Parallelamente è cresciuta anche la rete delle Academy presenti nel continente. In Marocco, Ghana, Senegal sono nati centri di formazione che non puntano soltanto a sviluppare nuovi talenti, ma garantiscono anche un percorso scolastico e una preparazione professionale. Molti di questi progetti collaborano stabilmente con i club europei, facilitando il trasferimento dei giovani talenti verso campionati più competitivi.
L'exploit del Mondiale 2026 non può essere liquidato come una semplice sorpresa. Dietro questi risultati c'è una crescita che coinvolge ogni livello del calcio africano. Le federazioni sono diventate più strutturate, gli staff tecnici più qualificati e l'organizzazione interna è migliorata sensibilmente rispetto al passato. Anche la Confederazione Africana ha attraversato una fase di riorganizzazione economica, fondamentale per aumentare gli investimenti nelle competizioni e nello sviluppo del movimento.
Se negli ultimi decenni il continente africano ha prodotto grandi individualità come Drogba e Salah, oggi punta a rafforzare la propria posizione soprattutto come squadra. Il percorso non è ancora giunto al termine, ma il Mondiale del 2026 potrebbe rappresentare un vero e proprio spartiacque. D'altronde, nonostante le chance di vittoria siano ridotte al minimo, non è escluso che almeno un'africana possa rientrare tra le migliori quattro del mondo.
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