Avvertenza per il lettore: qualsiasi cosa leggiate in questi giorni sul prossimo Presidente della Repubblica va presa decisamente con le pinze.
Per almeno tre motivi.
Motivo numero uno: si parla di una partita che si giocherà tra due anni e mezzo, l'equivalente di un'era geologica in politica.
Motivo numero due: anche per il Quirinale vale la regola del Conclave: chi entra Papa, esce Cardinale.
Motivo numero tre: da qui al 2029, quando il parlamento dovrà individuare il successore di Mattarella, c'è di mezzo un'elezione politica, quella del prossimo anno, che inevitabilmente determinerà nuovi equilibri politici.
E quindi: sì, se ne parli pure dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Ma bisogna capire perché lo si fa adesso. Nello specifico: perché la premier Giorgia Meloni ha voluto aprire il capitolo (l'altro giorno, nell'intervista televisiva che ha dato a Nicola Porro) con una tempistica così sospetta. E perché la sinistra, di rimando, si è gettata subito a capofitto sul tema.
Da qui al gennaio 2029, quando Sergio Mattarella finirà il suo secondo mandato da Presidente della Repubblica, tanta acqua passerà sotto i ponti della politica.
Allora, perché l'altro giorno Giorgia Meloni ha già aperto il vaso di Pandora?
Beh, la risposta più intuitiva e semplice da dare è che è vero che l'elezione del Capo dello Stato è in programma solo tra due anni e mezzo. Ma quella per rinnovare il parlamento da cui scaturirà il nuovo governo e la maggioranza che poi dovrà eleggere anche il nuovo Presidente è, in pratica, dietro l'angolo.
Con tutta probabilità, si è capito che si andrà a votare il prossimo aprile. Di conseguenza, la campagna elettorale è già partita.
Quando, quindi, Meloni ha spiegato a Porro che lei si batte per rompere il tabù di un rappresentante della destra sul Colle, in realtà, non ha fatto altro che brandire un tema della campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. E solo in seconda battuta riguardo alla partita del Colle.
Con tutta evidenza, sotto c'è una strategia: quella di presentare la sua parte politica come nel fortunato caso del 2022, di nuovo come l'underdog della situazione. Come la sfavorita per definizione. Anzi, la penalizzata per definizione.
La destra, del resto, ama rappresentarsi così: come il mondo che dà voce "ai figli di un Dio minore".
Di conseguenza, la partita del Quirinale del 2029 viene utilizzata adesso solo per riposizionarla in quell'ottica.
È al governo da quasi quattro anni e si appresta a battere tutti i record dei governi più longevi? Ha comunque bisogno di presentarsi all'opinione pubblica come quella parte politica che, per eccellenza, si batte contro "i poteri forti" (espressione che, nel nostro Paese, ha sempre avuto un certo successo), contro "i salotti buoni", contro "i professoroni", contro "gli esperti". Tutti, naturalmente, dal suo punto di vista, di sinistra. Magari rinchiusi nei privilegi delle loro Ztl. E, di conseguenza, lontana dal "popolo".
Quando Meloni dice che sarebbe giusto un Presidente della Repubblica di destra, in realtà, quindi, sta dicendo che, intanto, è giusto avere per altri cinque anni un presidente del Consiglio di quell'area politica. Cioè, lei. La campagna elettorale delle elezioni politiche 2027 è già iniziata.
Quando il Campo largo ha sentito le parole di Giorgia Meloni con le quali si è augurata che venga rotto il tabù di un rappresentante della destra al Quirinale, di riflesso, subito si è gettata a corpo morto sulla polemica. Per una reazione uguale e contraria.
Anche il centrosinistra, naturalmente, è in campagna elettorale. E pensa, più che alla partita quirinalizia del 2029, a quella delle politiche del 2027.
È vero che ha paura di non avere più uno dei suoi al Colle, è vero che subirebbe uno shock perché per la prima volta dal 1992 e nel corso della Seconda Repubblica, dopo Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella, non avrebbe più il numero del cellulare privato del Capo dello Stato in agenda, per così dire.
Ma quando Matteo Renzi va ripetendo che bisogna scongiurare Ignazio La Russa al Quirinale, sta solo dicendo che bisogna votare centrosinistra l'anno prossimo.
E quando Elly Schlein va predicando che Giorgia Meloni è solo "a caccia di potere", sta solo dicendo che bisogna farle perdere le elezioni politiche, non certo la corsa al Quirinale alla quale lei, tra l'altro, ha escluso di voler partecipare in prima persona con le parole che qualche retroscenista ha riportato così:
E insomma: la partita del Colle sulla quale sarà impegnata la prossima legislatura torna buona al Campo largo per questo primo pezzo di campagna elettorale soprattutto perché gli dà l'opportunità di giocare sulla paura, uno dei sentimenti che tradizionalmente smuove di più l'elettorato italiano.
Il messaggio di cui il centrosinistra si sta facendo portatore, allora, è incentrato fondamentalmente sul 2027 perché è questo: se nel 2027 il centrodestra rivince le elezioni, nel 2029 voterà uno dei suoi al Colle senza trattare un nome che possa essere condiviso anche dalle opposizioni.
E non a caso, a tal proposito, agita il nome di Ignazio La Russa: c'è un altro nome capace di intimorire di più il suo elettorato se non quello del presidente del Senato col busto di Mussolini sulla scrivania di casa?
Gira e rigira, la paura ancestrale che il centrosinistra solletica è sempre quella del ritorno del Fascismo.
Ma se il 1943 è storia, il 2027 è vicino: il 2029 molto meno.
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