Dal 2016 in poi, tra il Renzi rottamatore, un Gentiloni e un Conte sostanzialmente non pervenuti sul fronte della fantasia fiscale, e perfino il “whatever it takes” di Draghi, la rottamazione delle cartelle è diventata una presenza fissa della politica italiana. Fino ad arrivare al governo Meloni, che tra riammissioni, finestre riaperte e leggi di bilancio l’ha trasformata in un appuntamento quasi periodico. Il risultato è che uno strumento nato come eccezionale si è trasformato in un rito periodico: più utile ad alimentare aspettative e consenso che a risolvere davvero il rapporto tra fisco e contribuenti.
La rottamazione non è quasi più terreno di scontro politico: la chiedono le categorie, la promettono i partiti, la rivendicano governi diversi. Ogni volta viene presentata come un gesto di buonsenso, come una mano tesa a famiglie, professionisti e imprese in difficoltà. E ogni volta si ripete lo stesso copione: nessuno la definisce un premio per chi non ha pagato, perché la linea ufficiale è sempre la stessa — il tributo resta dovuto, si abbattono solo sanzioni e interessi. Ma proprio questa ripetizione ha finito per assuefare i contribuenti all’idea che il rapporto con il fisco possa essere periodicamente rinegoziato.
Eppure, guardando ai numeri, le rottamazioni delle cartelle somigliano sempre più a uno slogan politico che a una vera politica economica. Se davvero l’obiettivo era aiutare i contribuenti in difficoltà, recuperare gettito e ricostruire un rapporto più sano con il fisco, i risultati raccontano altro: secondo i dati ufficiali del Ministero, le adesioni si fermano al 14,7 per cento. Una percentuale troppo bassa per non porsi una domanda: se lo strumento funziona così poco, ha davvero senso continuare a riproporlo come soluzione?
Il paradosso è che, mentre si annunciano rottamazioni come strumenti di sollievo, il sistema della riscossione fiscale diventa sempre più rapido e invasivo. A ogni definizione agevolata che non produce i risultati sperati seguono pignoramenti, fermi, procedure automatizzate e strumenti digitali sempre più penetranti. Il risultato è una politica fiscale che oscilla tra la promessa dello sconto e la minaccia dell’esecuzione, senza affrontare davvero il nodo di fondo.
Il vero coraggio politico, oggi, non è continuare a promettere l’ennesima rottamazione, ma dire con onestà ai cittadini che un sistema fiscale non può reggersi su crediti che non verranno mai riscossi. Se governi nazionali e regionali trovano la forza di alzare aliquote, introdurre nuovi tributi o persino evocare una patrimoniale, dovrebbero affrontare anche il nodo dei debiti ormai inesigibili. Anche perché è inutile aumentare la pressione su chi già paga e mettere ancora più in difficoltà chi non riesce a farlo: così non si risolve il problema, lo si aggrava.
Il punto è che le rottamazioni non aiutano davvero né chi non riesce a pagare né chi paga sempre. E il cittadino onesto deve sapere che il costo di crediti inesigibili e sanatorie ripetute finisce spesso per scaricarsi proprio su chi continua, con fatica, a rispettare le regole.
Un condono tombale, chiaro e irripetibile, potrebbe essere un atto di verità? Non come premio all’evasione, ma come scelta di verità per ripulire i bilanci pubblici e distinguere chi non paga per scelta da chi non è riuscito a farlo per difficoltà reali. Continuare a comprimere chi è già in difficoltà ha anche un costo umano e sociale: può distruggere un’impresa o una famiglia, impedendo di guardare al futuro.
Ma proprio per questo dovrebbe accompagnarsi a un cambio di rotta: più lotta alla grande evasione, più trasparenza, più dialogo con i contribuenti e meno rottamazioni usate come surrogato di una politica fiscale che non decide.
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