La docuserie Netflix sull'uragano Katrina, già in classifica tra i primi dieci titoli più visti, torna a parlare di uno dei disastri più devastanti della storia recente e lo fa attraverso occhi che ancora portano i segni della devastazione.
In tre capitoli densi di testimonianze dirette, immagini inedite e frammenti d’archivio, il racconto non si limita ai danni causati da un evento naturale, ma mette sotto la lente gli errori umani che hanno contribuito alla tragedia: le dighe che cedono, l’evacuazione tardiva, il fallimento delle istituzioni nel proteggere i più vulnerabili e una risposta governativa lenta e segnata da discriminazioni razziali.
Un ritratto corale, intenso e necessario, della sofferenza ma anche della resistenza della città di New Orleans.
Prima di continuare nella lettura, guarda il trailer grazie a MovieDigger:
Sono passati vent'anni. Un'intera generazione è cresciuta dall'uragano Katrina, ma per New Orleans quella ferita è ancora aperta, una cicatrice che fa male a ogni anniversario.
Oggi, una nuova ondata di documentari cerca di dare un senso a quello che è successo, non solo per ricordare la furia della natura, ma soprattutto per denunciare l'incuria dell'uomo.
Tra questi, spicca il ritorno di Spike Lee, che chiude la sua trilogia sulla città con un'opera che non è più un grido di rabbia, ma una preghiera stanca e diffidente per un futuro che tarda ad arrivare.
Nel 2006, il suo "When the Levees Broke" era un requiem furioso in quattro atti, un atto d'accusa monumentale contro il fallimento politico, etico e morale di un'intera nazione.
Ora, il suo nuovo film per Netflix, "God Takes Care of Fools and Babies" (parte della serie "Katrina: Come Hell and High Water"), ha un tono diverso.
È più breve, più intimo, quasi un epilogo malinconico. Lee, dopo aver visto altri due decenni di promesse mai mantenute e ingiustizie ripetute sistematicamente, sembra aver perso la fiducia nelle istituzioni. La sua fede, ora, la ripone altrove: nella gente.
Attraverso filmati d'archivio e interviste inedite, Lee ricostruisce la cronologia del disastro con una lucidità devastante.
Mostra come l'uragano sia stato solo l'innesco di una tragedia umana amplificata dal razzismo sistemico: dai media che etichettavano i sopravvissuti neri come "saccheggiatori", alle milizie bianche che sparavano per le strade, fino al programma di aiuti federali "Road Home", che ha discriminato i quartieri afroamericani e ha dato il via a un enorme esodo che ha cambiato per sempre il volto della città.
Insomma Katrina non è stato solo un disastro naturale, ma una catastrofe provocata dall'uomo, una chiamata al risveglio a cui l'America ha risposto riaddormentandosi, senza fare nulla per cambiare.
Spike Lee va oltre i fatti per esplorare l'anima. Il suo film non si sofferma tanto sulla cronaca, già sviscerata nei suoi lavori precedenti, quanto sullo stato d'animo di chi è rimasto.
Lee torna a parlare con le stesse persone che ha intervistato vent'anni fa, volti e voci che sono diventati il simbolo della resilienza di New Orleans.
C'è Shelton "Shakespear" Alexander, che recita una poesia davanti a un cimitero, un monologo che è un misto di avvertimento e liberazione. E c'è Phyllis Montana-Leblanc, la cui "Preghiera per New Orleans" gridata da un balcone è il momento più toccante del film: un lamento per le famiglie distrutte e per una gentrificazione che ha cancellato le fondamenta di intere comunità.
Purtroppo sì. Vent'anni dopo, i nuovi argini costruiti per proteggere la città sono già considerati obsoleti, incapaci di fronteggiare l'innalzamento dei mari causato dal cambiamento climatico.
I documentari del 2025, con la loro rabbia e la loro malinconia, ci dicono che la storia rischia di ripetersi.
E mentre il potere continua a fallire, l'unica vera diga contro la prossima catastrofe sembra essere, ancora una volta, la determinazione di chi, nonostante tutto, si ostina a chiamare New Orleans "casa".