Biancaneve non è sempre stata la principessa gentile che canta con gli uccellini mentre pulisce casa ai nani. Prima di diventare un’icona Disney nel 1937, la ragazza dalla pelle "bianca come la neve" ha attraversato decenni di riscritture oscure, violente e decisamente disturbanti.
I fratelli Grimm hanno pubblicato più versioni della fiaba tra il 1812 e il 1857, modificandola nel tempo per renderla meno cruda (ma mai davvero soft).
Disney, invece, ha preso quel materiale cupo, lo ha passato al setaccio e lo ha trasformato nel primo lungometraggio animato della storia del cinema, cambiando radicalmente toni, personaggi e messaggi.
Il risultato? Due Biancaneve che condividono lo stesso nome, ma vivono in mondi narrativi completamente diversi.
Nella prima versione dei Grimm del 1812, la Regina cattiva è la madre biologica di Biancaneve. Sì, proprio così: nessuna matrigna, nessun "non è davvero colpa sua". È una madre ossessionata dalla bellezza, pronta a eliminare la figlia per restare la più bella del reame.
Nelle versioni successive (dal 1819 in poi), i Grimm correggono il tiro e trasformano la madre in una matrigna, probabilmente per rendere la storia più accettabile per il pubblico dell’epoca.
Ma la crudeltà resta intatta: ordina al cacciatore di uccidere Biancaneve e chiede come prova polmoni e fegato, che poi mangia convinta siano quelli della figlia.
Disney nel 1937 fa una scelta netta: matrigna sì, cannibalismo no. La Regina diventa un villain elegante, teatrale, iconico, ma privata delle sue pulsioni più estreme. Il Male resta, ma viene reso spettacolare e simbolico, non grafico.
Nel film Disney, la Regina tenta di uccidere Biancaneve una sola volta, usando la celebre mela avvelenata. Un gesto semplice, chiaro, memorabile.
Nelle fiabe dei Grimm, invece, la Regina non molla facilmente. Ci prova tre volte:
Ogni tentativo fallito aumenta la tensione e rende la Regina sempre più ossessiva. Disney elimina i primi due per semplificare la narrazione e rendere il racconto più lineare e adatto a un pubblico familiare. Meno torture, più pathos romantico.
Nei Grimm, i nani non hanno nomi, né personalità distinte. Sono figure misteriose, quasi archetipiche, che accolgono Biancaneve a patto che lei cucini e tenga in ordine la casa. Poco dialogo, zero canzoni, nessun momento slapstick.
Disney fa l’opposto: dà ai nani nomi, caratteri, difetti e tic. Brontolo, Cucciolo, Dotto e compagnia diventano protagonisti assoluti, simboli di emozioni umane universali. Una scelta narrativa geniale, che trasforma personaggi secondari in icone culturali. Come disse Walt Disney:
Nella versione dei Grimm, Biancaneve non viene salvata da un bacio. Il Principe ordina ai servi di portare via la bara di vetro e, durante il trasporto, il pezzo di mela avvelenata le esce dalla gola. Risveglio accidentale, zero romanticismo.
Disney introduce invece il bacio del vero amore, trasformando il risveglio in un momento emotivo e romantico. Una scelta che cambia completamente il significato della storia: dalla casualità al destino, dall’incidente alla magia dell’amore.
Qui il divario è abissale. Nelle versioni Grimm, la Regina viene punita in modo brutale: durante il matrimonio di Biancaneve, è costretta a indossare scarpe di ferro roventi e a ballare fino alla morte. Una punizione esemplare, violenta, senza sconti.
Disney sceglie una fine più cinematografica: la Regina cade da un dirupo durante una tempesta, colpita da un fulmine. È morta? Il film non lo mostra apertamente, ma il messaggio è chiaro: il Male viene sconfitto, senza bisogno di torture pubbliche.
Le fiabe dei Grimm parlano di invidia, violenza, sopravvivenza e punizione. Sono racconti morali duri, nati per mettere in guardia, non per consolare. Disney trasforma Biancaneve in una storia di speranza, amicizia e amore, dove la gentilezza viene premiata e il Male si autodistrugge.
Nelle versioni dei fratelli Grimm, "Biancaneve" non è solo una fiaba: è un racconto di formazione duro, crudele, dove ogni evento ha un significato simbolico preciso. Molti elementi sono stati attenuati o eliminati da Disney nel 1937, per rendere la storia più accessibile e meno traumatica per il pubblico familiare.
Uno degli aspetti più censurati riguarda il rapporto madre-figlia. Nella prima versione del 1812, il fatto che la Regina sia la madre biologica di Biancaneve introduce un conflitto psicologico fortissimo: la rivalità femminile nasce all’interno della famiglia e parla di paura dell’invecchiamento, gelosia e perdita di potere.
Disney sposta tutto sulla matrigna, trasformando il conflitto in qualcosa di più semplice e riconoscibile: il Male arriva da fuori, non dal sangue.
Anche gli oggetti di morte hanno un valore simbolico che nei Grimm è molto più esplicito. Il corsetto rappresenta il controllo del corpo femminile, il pettine avvelenato la vanità, la mela la tentazione e il peccato.
Disney mantiene solo la mela perché è immediata, visiva e già carica di significati biblici comprensibili a tutti, eliminando gli elementi più disturbanti.
Dal punto di vista psicologico, la Biancaneve dei Grimm è passiva e vulnerabile, spesso incapace di imparare dai propri errori: cade tre volte nello stesso inganno. Quella Disney è più ingenua che stupida, più ottimista. È una ragazza che crede nel bene e nella gentilezza come strumenti di salvezza.
Infine, la punizione della Regina racconta due filosofie opposte. Nei Grimm il Male va punito pubblicamente e fisicamente, quasi come monito sociale. In Disney il Male si autodistrugge, cade da solo, senza bisogno di carnefici. È una scelta narrativa che riflette una visione più moderna e meno punitiva della giustizia.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *