In un’epoca dominata da produttività, automazione ed efficienza, alcuni lavori sembrano non servire più. E se proprio quei mestieri considerati “inermi” fossero invece essenziali per il futuro?
Cosa si intende per “mestieri inutili”
L’espressione “mestieri inutili” non indica lavori privi di dignità o valore umano, ma professioni che, secondo la logica economica dominante, non producono un beneficio immediatamente misurabile in termini di profitto o crescita. Figure come il custode di quartiere, il libraio indipendente, l’artigiano, il mediatore culturale o persino alcuni ruoli artistici vengono spesso percepite come superflue in una società orientata all’ottimizzazione.
Questa definizione nasce da una visione riduttiva del lavoro, che lo valuta esclusivamente in base all’efficienza, ignorandone la funzione sociale, relazionale e simbolica. In realtà, molti di questi mestieri hanno storicamente svolto un ruolo fondamentale nella costruzione delle comunità e dell’identità collettiva.
L’ossessione per la produttività e la perdita del senso umano
Negli ultimi decenni il lavoro è stato progressivamente svuotato della sua dimensione umana. Indicatori di performance, algoritmi e automazione hanno ridefinito il concetto di utilità, rendendo “invisibili” tutte quelle attività che non rientrano nei parametri della produttività misurabile.
In questo contesto, il valore del tempo, dell’ascolto e della cura viene spesso sottovalutato. Mestieri basati sulla relazione, sulla presenza e sulla lentezza faticano a trovare spazio, perché non generano numeri immediati. Tuttavia, questa corsa all’efficienza ha prodotto anche effetti collaterali evidenti: alienazione, burnout e perdita del senso di appartenenza.
Automazione e intelligenza artificiale: cosa resta all’uomo
Con l’avanzare dell’intelligenza artificiale e dell’automazione, molte professioni tecniche e ripetitive sono destinate a essere ridimensionate o sostituite. Paradossalmente, proprio questo scenario potrebbe aprire la strada al ritorno di quei mestieri considerati “inermi”.
Le macchine eccellono nel calcolo, nella velocità e nella ripetizione, ma faticano a replicare empatia, creatività autentica e relazione umana. Lavori che prevedono ascolto, mediazione, narrazione e presenza fisica potrebbero tornare centrali in una società sempre più digitale e disincarnata.
Il valore sociale dei lavori che “non servono”
Molti mestieri ritenuti inutili svolgono una funzione sociale invisibile ma fondamentale. Creano legami, presidiano territori, favoriscono inclusione e offrono spazi di confronto. Un insegnante, un educatore, un operatore culturale o un artigiano non producono solo beni o servizi, ma costruiscono significati.
In un’epoca segnata da solitudine e frammentazione sociale, questi lavori possono diventare strumenti di ricostruzione del tessuto comunitario. Il loro valore non risiede nell’efficienza, ma nella capacità di rendere la società più abitabile.
Ripensare il concetto di utilità nel lavoro
Il possibile ritorno dei cosiddetti mestieri inutili impone una riflessione più ampia sul concetto di utilità. Utile per chi? Utile in che senso? Ridurre il lavoro a una funzione economica significa ignorarne il ruolo culturale, psicologico e sociale.
Per le nuove generazioni, e in particolare per il mondo universitario, questa riflessione è cruciale. Ripensare il lavoro significa immaginare un futuro in cui il valore non sia legato solo alla produttività, ma anche alla qualità delle relazioni, al benessere collettivo e al senso dell’agire umano.
A cura di Matilde Fastella
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