C’è una sensazione diffusa, spesso difficile da nominare, che accompagna la vita universitaria e i primi anni dell’età adulta: la paura di restare indietro. Non si tratta solo di risultati accademici o lavorativi, ma di esperienze, relazioni, tappe di vita che sembrano arrivare per tutti tranne che per noi. Questa ansia ha un nome preciso: FOMO, Fear Of Missing Out. Un fenomeno sempre più centrale nel dibattito generazionale, che racconta molto del nostro rapporto con il tempo, il successo e il confronto continuo.
Cos’è davvero la FOMO e perché ci riguarda tutti
La FOMO viene spesso descritta come la paura di perdersi qualcosa: un evento, un’opportunità, una scelta giusta. In realtà, è molto più profonda. È il timore che gli altri stiano vivendo una vita più piena, più veloce, più “giusta” della nostra. Nell’era dei social network, questa percezione è amplificata all’ennesima potenza: ogni storia, ogni post, ogni traguardo condiviso diventa un metro di paragone.
Per studenti universitari e giovani adulti, la FOMO si intreccia con una fase di vita già instabile per definizione, in cui tutto sembra provvisorio e reversibile, ma allo stesso tempo decisivo.
Il confronto continuo e l’illusione del tempo che corre
Una delle radici principali della FOMO è il confronto costante. Scorriamo vite altrui mentre cerchiamo di costruire la nostra, dimenticando che ciò che vediamo è solo una selezione accurata dei momenti migliori. Il risultato è una sensazione persistente di ritardo: qualcuno si laurea prima, qualcuno trova lavoro, qualcuno viaggia, qualcuno si sistema.
Il tempo, da alleato, diventa un avversario. Si trasforma in una corsa contro tappe non scritte ma percepite come obbligatorie, creando l’illusione che esista una linea retta da seguire e che uscirne significhi fallire.
La FOMO come ansia da scelta
Paradossalmente, viviamo nell’epoca delle infinite possibilità. Proprio per questo scegliere diventa sempre più difficile. Ogni decisione sembra escluderne cento altre, e la paura di sbagliare immobilizza. La FOMO non nasce solo da ciò che non facciamo, ma da ciò che potremmo fare e non facciamo.
Questo porta a una continua insoddisfazione: anche quando raggiungiamo un obiettivo, resta il dubbio che ce ne fosse uno migliore, più giusto, più appagante. È un’ansia sottile, che non urla ma logora.
Restare indietro rispetto a cosa?
Una domanda fondamentale, spesso ignorata, è: indietro rispetto a chi? La paura di restare indietro presuppone l’esistenza di un percorso comune, di una tabella di marcia valida per tutti. Ma la realtà è molto più frammentata. I percorsi si moltiplicano, si interrompono, si ricompongono in modi sempre diversi.
Accettare che non esista un tempo “giusto” universale è forse uno dei passaggi più difficili, ma anche più liberatori. Restare indietro, in molti casi, significa semplicemente andare a un’altra velocità.
Trasformare la FOMO in consapevolezza
La FOMO non va demonizzata: è un segnale. Indica desideri, aspettative, bisogno di appartenenza. Il problema nasce quando diventa l’unico metro con cui valutiamo noi stessi. Imparare a riconoscerla, a metterla in discussione, può trasformarla in uno strumento di consapevolezza.
Rallentare, scegliere con intenzione e accettare la propria traiettoria non significa rinunciare alle ambizioni, ma renderle più autentiche. In un mondo che corre e mostra continuamente traguardi altrui, forse il vero atto rivoluzionario è smettere di misurarsi e iniziare a vivere il proprio tempo.
A cura di Matilde Fastella
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