16 Feb, 2026 - 11:30

"Cime tempestose": la regista Emerald Fennell ripropone il romanzo di Emily Brontë

"Cime tempestose": la regista Emerald Fennell ripropone il romanzo di Emily Brontë

 

Una cosa è certa: se si conosce bene la storia della famiglia Brontë, non risulta poi così difficile comprendere da dove derivi la grande fantasia letteraria, assai tragica, delle tre sorelle scrittrici. Parliamo di Emily, Charlotte e Anne Brontë, vissute in Inghilterra durante la prima metà dell’Ottocento. Tutto nacque dall’unione matrimoniale, avvenuta il 29 dicembre del 1812, fra Patrick Brontë, irlandese di famiglia modesta, che in giovinezza studiò a Cambridge e divenne pastore anglicano, e Maria Branwell, originaria della Cornovaglia e figlia di genitori benestanti.

Nel 1814 diedero alla luce la primogenita Maria e un anno più tardi toccò alla secondogenita Elizabeth, entrambe decedute bambine nel 1825 presso il Clergy Daughters’ School, un collegio religioso, ove vigevano regole molto severe e condizioni di soggiorno insalubri. Nel 1816 nacque Charlotte, che poi diventò l’autrice più proficua di casa e pure la più longeva. Successivamente, nel 1817, fu il turno di Branwell, l’unico maschio, che crescendo sviluppò un forte talento per la poesia e la pittura, ma anche una dipendenza da alcol e oppio che gli costò la vita a soli trentuno anni. La nascita di Emily avvenne nel 1818, che visse fino ai trent’anni e morì di tubercolosi poco dopo la pubblicazione del suo unico romanzo Cime tempestose (1847). L’ultima ad arrivare fu Anne nel 1820, che da grande scrisse due libri, Agnes Grey (1847) e La signora di Wildfell Hall (1848), purtroppo scomparsa giovane anche lei a causa della tubercolosi nel 1849.

Nel 1820, il padre Patrick fu nominato curato a Haworth, un villaggio isolato nello Yorkshire, oggi conosciuto come il “Brontë Country”. La madre Maria morì nel 1821, lasciando i figli ancora bambini; questo, in aggiunta al crescere in un contesto isolato, contribuì notevolmente allo sviluppo creativo tendente al gotico, con trame spesso incentrate sulle disgrazie e la morte dei personaggi, di Charlotte, Emily e Anne. Charlotte, sopravvissuta agli altri fratelli e sorelle, pubblicò tre libri, Jane Eyre (1847), Shirley (1849) e Villette (1853). Benché il padre Patrick non fosse d’accordo, a giugno del 1854 Charlotte sposò il reverendo Nicholls, coadiutore della parrocchia di Haworth. Ma a fine marzo del 1855 anch’ella morì, per complicazioni subentrate durante la sua unica gravidanza.

Dopo il suo trapasso altre due opere vennero stampate postume: The Professor (1857), che in realtà fu il primo romanzo che scrisse, e Emma, rimasto incompiuto a soli due capitoli, edito nel 1861. Patrick Brontë, ormai rimasto l’unico in vita della famiglia, esalò l’ultimo respiro il 7 giugno del 1861, all’età di 84 anni, chiudendo per sempre il cerchio beffardo, triste e disgraziato del destino dei Brontë. All’epoca, le tre sorelle pubblicarono tutte utilizzando degli pseudonimi maschili: Currer Bell (Charlotte), Ellis Bell (Emily) e Acton Bell (Anne), perché in Inghilterra durante l’Ottocento era davvero difficile per le scrittrici donne riuscire a essere riconosciute seriamente come tali.

Veniamo adesso a Cime tempestose, il tormentato e unico romanzo di Emily. Ambientato agli inizi dell’Ottocento, al centro della trama troviamo due figure cruciali, partendo dalla loro infanzia: Heathcliff, orfano accolto in casa dagli Earnshaw, una famiglia facoltosa di possidenti terrieri nello Yorkshire, e Catherine Earnshaw, figlia legittima, che da subito instaura un legame viscerale con lui. Crescendo insieme, col passare del tempo, fra i due nasce un amore dirompente e un’attrazione sessuale travagliata. Ma la tanto agognata unione risulta impossibile. Del resto, Heathcliff è povero e di carnagione bruna. Per tanto, Catherine deciderà di unirsi in moglie al ricco Edgar Linton. Heathcliff, col cuore spezzato e ferito nell’orgoglio, sparirà per anni per poi fare ritorno e vendicarsi di coloro che gli hanno fatto del male, Catherine compresa.

Benché Cime tempestose da decenni sia riconosciuto a livello mondiale come un capolavoro, ai tempi in cui fu pubblicato non venne apprezzato dalla critica a causa dell’intreccio narrativo, giudicato dispersivo e confusionale. Ma dal 1939 in poi, partendo col film omonimo diretto dal regista William Wyler, sono stati girati oltre 30 adattamenti cinematografici e televisivi dell’opera, divenendo uno dei romanzi più riproposti per il grande e il piccolo schermo, non soltanto delle sorelle Brontë, ma in generale della letteratura inglese dell’Ottocento. Tra i flop da dimenticare e i migliori rifacimenti, tutti omonimi, tipo il sopracitato del 1939, o quello del 1992 firmato da Peter Kosminsky, o quello più intenso, moderno e realistico di Andrea Arnold, uscito nel 2011, sentivamo davvero il bisogno di un nuovo Cime tempestose? Calcolato pure il pessimo risultato, io direi di no.

Mi riferisco al terzo lungometraggio della cineasta inglese Emerald Fennell, già nota al pubblico come attrice, che negli ultimi anni si è fatta conoscere con due pellicole eccentriche, disturbanti e molto divertenti. Se ho amato Promising Young Woman (2020), il suo esordio con Carey Mulligan a fare da protagonista, è con Saltburn (2023) che, entusiasta, ho iniziato letteralmente a stravedere per lei e per Barry Keoghan, che ha interpretato il ruolo principale. Benché il finale contenga qualcosa di già visto e di non originalissimo, Saltburn l’ho trovato un film eccezionale, maturo, ben diretto e con un’esaltante fotografia, guidata da Linus Sandgren.

E dunque, perché tentare un azzardo così grosso, riadattando Cime tempestose, un romanzo davvero difficile, cambiando parte della struttura e dimezzando i personaggi? Tra gli aspetti maggiormente discussi spicca la scelta di cambiare l’etnia di Heathcliff, qui bianco, quando si trattava di un dettaglio centrale per l’evoluzione della storia. In secondo luogo, non ho compreso il perché l’estetica ricordasse Alice nel Paese delle Meraviglie, in particolare il video musicale del brano What You Waiting For?, della cantante Gwen Stefani, ispirato anch’esso alla fiaba di Lewis Carroll. Immagini sempre molto belle, nuovamente con Linus Sandgren a dirigerne la fotografia, ma troppo laccate e perfette per la messa in scena di una tragedia ambientata nel XIX secolo.

Margot Robbie e Jacob Elordi, indiscussi protagonisti, risultano più come una coppia patinata di bellissimi e inarrivabili idoli da fotoromanzo rosa, che adeguati a un dramma ottocentesco. Esclusa la componente erotica, la sceneggiatura, creata dalla Fennell stessa, sembra essere stata scritta da una bimba di otto anni che ha appena finito di guardare Barbie (2023). Finanche la colonna sonora è fuori contesto. Con grande rammarico, per il Cime tempestose di Emerald Fennell, 2,3 stelle su 5.

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