08 Jun, 2026 - 18:07

Pd, il partito di Elly si sfalda tra sondaggi in calo, primarie impossibili e guerre interne

Pd, il partito di Elly si sfalda tra sondaggi in calo, primarie impossibili e guerre interne

C'è una domanda che da qualche settimana tormenta i dirigenti democratici più navigati: il progetto politico di Elly Schlein sta crescendo oppure si sta lentamente sgonfiando?
La risposta che circola nei corridoi del Nazareno è assai meno entusiasmante delle dichiarazioni ufficiali. Dopo il naufragio veneziano, vissuto da molti dirigenti come il simbolo di una strategia che non riesce a trasformare l'attivismo in consenso, i sondaggi hanno ripreso a scendere. Due punti possono sembrare poca cosa, ma in una fase in cui il centrosinistra dovrebbe consolidare la propria alternativa al governo rappresentano un segnale tutt'altro che rassicurante.
Il problema, raccontano i maliziosi del partito, non è soltanto elettorale. È politico. E soprattutto identitario.


L'anima riformista prepara la fuga


La convivenza tra l'ala movimentista e quella riformista del Pd appare ogni giorno più difficile.
I dirigenti che provengono dalla tradizione di governo osservano con crescente irritazione la trasformazione del partito in una macchina ideologica sempre più distante dall'elettorato moderato. Alcuni resistono, altri meditano la fuga, altri ancora aspettano semplicemente che il vento cambi.
Nelle conversazioni private, il giudizio sulla segretaria è spesso molto più severo di quanto emerga pubblicamente. Il sospetto che serpeggia è che Schlein stia parlando soprattutto alla propria comunità politica senza riuscire ad allargare il consenso verso il centro, cioè proprio quella fascia di elettorato indispensabile per vincere le elezioni.
E mentre nel quartier generale democratico si discute di identità, valori e battaglie simboliche, gli elettori sembrano guardare altrove.


Il grande rebus delle primarie del campo largo


Ma il vero rompicapo che rischia di trasformarsi in una trappola politica riguarda le primarie della futura coalizione.
Tutti le evocano. Nessuno sa davvero come organizzarle.
Chi voterà? Gli iscritti? I simpatizzanti? Chiunque si presenti ai gazebo? Oppure soltanto chi aderisce formalmente ai partiti della coalizione?
Domande apparentemente tecniche che in realtà nascondono una guerra politica gigantesca.
Perché se il voto fosse aperto, ogni partito proverebbe a mobilitare il proprio popolo. Se invece fosse limitato agli iscritti, si aprirebbe un altro problema ancora più delicato: chi certificherà il numero reale degli aderenti alle diverse forze del campo largo?
Chi controllerà gli elenchi del Movimento 5 Stelle? Chi verificherà quelli di Avs? E chi stabilirà quali realtà civiche o riformiste avranno diritto di partecipare?
È il classico caso in cui tutti invocano la democrazia fino al momento in cui bisogna scriverne le regole.
Un turno o due? La battaglia che nessuno racconta
Come se non bastasse, resta aperta anche la questione del sistema di voto.
Turno unico o ballottaggio?
La differenza non è affatto marginale.
Un turno secco favorirebbe chi dispone di un blocco organizzato e compatto. Un eventuale secondo turno, invece, permetterebbe alle alleanze interne di diventare decisive.
Dietro quella che sembra una discussione procedurale si nasconde in realtà il futuro equilibrio del centrosinistra.
Per questo motivo, ogni proposta viene letta come un tentativo di avvantaggiare qualcuno e penalizzare qualcun altro.


Il caso Picierno e il clima da soviet


A rendere ancora più esplosiva la situazione è arrivato il caso che ha coinvolto Pina Picierno.
La frase attribuita ad alcuni esponenti dell'area più vicina alla segretaria – "una rompicojoni in meno" – è diventata rapidamente il simbolo di un malessere più profondo.
Per molti dirigenti democratici non si tratta soltanto di una battuta infelice. È la fotografia di un clima interno sempre più avvelenato, nel quale il dissenso viene vissuto come una colpa e non come una risorsa.
Il punto politico è devastante: se nel partito guidato da Schlein figure autorevoli e radicate come Picierno diventano bersaglio di attacchi e sarcasmi, quale spazio resta per il pluralismo interno?
Domanda che, al momento, non trova risposta.
E così il Pd si ritrova stretto tra sondaggi in frenata, alleati diffidenti, primarie ancora tutte da inventare e una guerra intestina che non accenna a spegnersi. Mentre Giorgia Meloni governa senza particolari scossoni, al Nazareno il rischio più temuto non è perdere le prossime elezioni.
È arrivarci senza aver ancora capito chi debba guidare il campo largo e con quale esercito.

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