C'è una fotografia che racconta meglio di qualsiasi comunicato ufficiale ciò che è successo nelle ultime ore nel grande risiko bancario italiano. Da una parte Carlo Messina e Carlo Cimbri seduti al tavolo dei grandi, dall'altra Matteo Salvini costretto a osservare la partita da bordo campo.
Per mesi il leader della Lega e una parte del mondo economico del Nord avevano coltivato un'ambizione precisa: costruire un terzo polo del credito attorno a Banco Bpm e Monte dei Paschi. Un progetto che avrebbe rafforzato l'asse lombardo e garantito al Carroccio una sponda importante nel cuore della finanza nazionale.
Poi è arrivata la mossa di Intesa Sanpaolo. E il castello è crollato nel giro di poche ore.
Nei Palazzi romani la definiscono già una classica operazione di sistema. Traduzione: quando gli interessi strategici diventano troppo importanti per essere lasciati alle schermaglie tra singoli azionisti.
L'Opas da oltre 30 miliardi su Mps non serve soltanto a rafforzare Intesa. Dietro l'operazione si intravede un disegno molto più ampio. Carlo Messina punta a mettere ordine nel caos del credito italiano, a orientare la nascita del futuro terzo polo bancario e soprattutto a blindare un asset considerato decisivo dagli ambienti finanziari e istituzionali: il 13 per cento di Generali.
Non è un mistero che negli ultimi anni attorno al Leone di Trieste si siano concentrati appetiti, ambizioni e guerre di posizione. L'ingresso di Intesa cambia completamente il quadro. La partecipazione finirebbe infatti sotto l'ombrello della prima banca italiana, rendendo molto più complicate future scalate o ribaltoni.
A Roma qualcuno sintetizza così: "Generali torna definitivamente dentro il perimetro del sistema".
Se c'è un nome che circola nelle conversazioni della maggioranza è quello di Matteo Salvini.
Ufficialmente il vicepremier predica neutralità e libero mercato. Ufficiosamente, però, nel centrodestra molti leggono la mossa di Intesa come una sconfitta politica per il Carroccio.
Banco Bpm era considerata da anni la banca di riferimento di una parte importante del capitalismo lombardo vicino alla Lega. L'ipotesi di una fusione con Mps avrebbe consentito la nascita di un soggetto capace di competere con i grandi gruppi nazionali mantenendo una forte impronta settentrionale.
L'operazione di Messina spazza via questo scenario.
Non a caso, mentre Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno accolto favorevolmente il blitz di Intesa, dalle parti della Lega sono tornate a circolare parole che sembravano archiviate: extraprofitti, tassazione delle banche, concentrazione del mercato.
Segnale che la delusione è reale.
La narrazione ufficiale parla di sportelli, sinergie e razionalizzazioni. Ma i grandi giochi si svolgono altrove.
Il vero gioiello dell'operazione è Mediobanca, con il suo wealth management per clienti facoltosi, il credito al consumo e l'investment banking. Un patrimonio di relazioni e competenze che farebbe compiere a Intesa un salto di qualità ulteriore nel panorama europeo.
E poi c'è Generali.
Per anni si è parlato del sogno proibito di Messina: costruire un campione nazionale capace di unire banca, assicurazioni e gestione del risparmio. Oggi quel progetto resta ufficialmente nel cassetto. Ma il controllo del 13 per cento del Leone rappresenta comunque una garanzia strategica enorme.
È per questo che, nei corridoi della finanza, molti leggono l'Opas come qualcosa di diverso da una semplice acquisizione.
È una redistribuzione del potere.
Con Intesa che torna a fare la banca di sistema, Unipol che consolida il proprio ruolo nel terzo polo e il governo che osserva senza intervenire.
E con una conclusione che, nelle stanze della politica, viene ormai sussurrata apertamente: nel grande risiko bancario non ha vinto soltanto Carlo Messina. Vince anche palazzo Chigi.
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