06 Feb, 2025 - 12:18

Quante volte hanno detto "vergogna!" in Parlamento?

Quante volte hanno detto "vergogna!" in Parlamento?

Diciamo la verità: la giornata parlamentare di ieri sembra aver dato ragione alla metà degli italiani che non va più a votare. Insulti, grida, manifesti, applausi, fischi, accuse incrociate: manco allo stadio.

Ma, purtroppo, nulla di nuovo sotto il sole. A ben sentire, nemmeno alla voce "vergogna!": quante volte è stata udita ieri tra Camera e Senato l'ingiuria più utilizzata nella storia della Repubblica?

Tante di sicuro. E chissà se in numero sufficiente a far raggiungere una cifra bella tonda all'archivio dell'Ansa che, dal 1981 (governo Forlani fino al 26 maggio, governo Spadolini poi), fino a ieri mattina, contava 19.955 "vergogna!"

La storia della Repubblica contando i "vergogna!"

La si potrebbe mettere così: dimmi quante volte hai sentito "vergogna!" da un parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni e ti dirò in che repubblica vivi. I numeri non mentono e stamattina, il giorno dopo la seduta incentrata sul caso Almasri, li ha snocciolati un cultore del genere: Mattia Feltri, su La Stampa.

Dal gennaio 1981 al dicembre 2019, quindi con l'influenza di almeno 13 anni di Prima Repubblica (quella del "politichese": chi se lo ricorda?), nell'archivio dell'Ansa, sono stati registrati dai resoconti parlamentari poco più di 16.000 "vergogna!". 

Ma attenzione: fino al 2009, sono stati, in media, 214 l'anno. È stato dal 2009, ultimo governo Berlusconi, al 2019, che i "vergogna!" sono andati fuori controllo: da allora, governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi e Meloni, ce ne sorbiamo, in media, circa 1.000 l'anno.

In altre parole: dal 2009, mentre in Africa, ad ogni sorgere del sole, il leone e la gazzella sanno che devono correre più veloce dell'altro per sopravvivere (negli anni Novanta, la Gatorade ci fece anche uno spot),

gli italiani si svegliano e sanno che, in media, dovranno sorbirsi tre "vergogna!" al giorno. Come le pillole da mandar giù: una a colazione, una a pranzo e una a cena.  

E insomma: è tutto un "vergogna! No, vergognati tu!". Certo, se si è all'opposizione si va ancora meglio a mitragliare l'avversario di turno con quest'insulto. Trito e ritrito. Fino al punto di perdere, evidentemente, significato.

"Vergogna!", ormai, non significa niente nel nostro dibattito politico. Dopo che l'hai ripetuto 20 mila volte è inevitabile che sia così. Perché, tornando allo spot, la comunicazione politica non funziona come quella pubblicitaria, secondo la quale la ripetizione è reputazione. No: una parola - anche un insulto - detta, ridetta, ripetuta a ogni occasione, in politica, perde senso. Diventa una frase fatta. Che entra da un orecchio e se ne esce dall'altra. Sia per il diretto interessato che per il pubblico-telespettatore-elettore a casa, che magari, come è capitato ieri, decide di seguire un dibattito parlamentare in diretta tv. E si appisola, anziché eccitarsi davanti ai "vergogna!" così come quando si grida al "colpo di Stato" e si fa appello "che non possono esserci cittadini di serie A e cittadini di serie B". 

L'effetto telecamere

Il problema, magari, è che le stesse parole e gli stessi "vergogna!" che si ripetono da anni, in realtà, svelano che anche le idee che le varie forze politiche mettono in campo sono sempre le stesse. Con l'aggravante, salvando qualche eccezione, che danno sempre i risultati che sappiamo. Se si parla male, si pensa male. E si governa peggio.

Tuttavia, c'è da notare che l'inasprimento dei toni tra la Prima e la Seconda Repubblica e sempre più con l'andare degli anni, addirittura anche con il berlusconismo (epoca che per molti aveva segnato l'apice dello scontro politico-istituzionale) sul viale del tramonto, può avere una spiegazione anche con il moltiplicarsi delle occasioni nelle quali i dibattiti parlamentari vanno, come ieri, in diretta tv.

Il motivo è semplice: credendo di dare il meglio di sè, in realtà, i politici danno il peggio. Al posto degli interventi, ci sono i comizi. Il parlamento, invece di essere il luogo in cui si parla e ci si confronta (quindi, dove ci si ascolta), diventa lo scenario di un estenuante talk show. E' come se, con le telecamere accese, tutti i politici, quindi, avvertissero di salire su un palcoscenico dal quale è vietato scendere senza prima lasciare il segno, senza che prima non ci si fa ben notare dal pubblico a casa.

E insomma: ieri, Renzi ha dato dell'omino di burro alla Meloni, lo ricordate?

E Elly Schlein? La segretaria del Partito Democratico le ha dato del "presidente del coniglio".

Sì, coniglio: avete letto bene, non è un refuso. Coniglio al posto di "consiglio". Il gioco di parole è una bella trovata, no? Se qualcuno se l'avesse perso, come una barzelletta che in realtà fa ridere solo chi la dice, Schlein si è premurata di riproporlo sul suo profilo Facebook 

Il dibattito che non c'è

E quindi, come l'isola della canzone di Bennato, anche il dibattito, in fondo, non c'è. Anche il Parlamento, in fondo, non c'è. A tutto discapito della qualità della nostra democrazia dove o si insulta oppure si va avanti per frasi fatte: aria fritta e rifritta. Un esempio, a parte "vergogna!", per rispettare la par condicio, la frase che a un certo punto ha utilizzato il ministro della Giustizia Carlo Nordio:

virgolette
Lei non ha letto le carte!

Chissà, nell'archivio Ansa, quante volte volte salterebbe fuori.

Bonelli, Calenda e i loro "vergogna!"

Ma, intanto, chi dei politici fa mea culpa per tutti i "vergogna!" che ha pronunciato in parlamento? Questa mattina, l'inviato di Tag24 Michele Lilla ha beccato Angelo Bonelli e Carlo Calenda. Il primo si è detto orgoglioso dei suoi "vergogna!". Il leader di Azione, invece, quasi, rimanendo in tema, se ne vergogna.

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Giovanni Santaniello
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