Alla ricerca dell'oro italiano perduto. Non è il titolo scartato di un qualche film mancato della saga di Indiana Jones, ma la domanda che il senatore leghista Claudio Borghi ha rivolto ai suoi follower su X ma soprattutto ad Elon Musk.
L'imprenditore sudafricano, a capo del dipartimento dell'Efficienza governativa (DOGE), aveva deciso di mettere mano anche alle riserve auree presenti nella base militare di Fort Knox: è dal 1974 che a politici e giornalisti statunitensi non viene più dato l'accesso al luogo dove viene conservato l'oro statunitense.
"C'è ancora?", si domanda Musk; e Borghi di rimando: "C'è anche l'oro italiano?". La risposta a questa domanda, ma soprattutto perché l'Italia abbia scelto di conservare parte delle sue riserve auree all'estero può riservare qualche sorpresa...
La Lega si dimostra il partito italiano più simpatetico verso le attività governative e non di Donald Trump e, a seguire, Elon Musk. Il presidente degli Stati Uniti e il capo del dipartimento DOGE si sono fatti alfieri di tagli contro ogni spesa superflua, specie quella legata alle ideologie woke o green. "Follie" stigmatizzate anche dai leghisti e non soltanto dal loro leader Matteo Salvini, ma anche da un esponente di peso come Claudio Borghi.
Who is confirming that gold wasn’t stolen from Fort Knox?
— Elon Musk (@elonmusk) February 17, 2025
Maybe it’s there, maybe it’s not.
That gold is owned by the American public! We want to know if it’s still there. https://t.co/aEBXK1CfD6
Il senatore leghista ha fatto sua la crociata di Musk che chiede trasparenza per qualunque azione e spesa realizzata dagli enti governativi statunitensi e l'ultima idea circolata sul suo profilo X (anzi, la sua piattaforma social) è di verificare se l'oro statunitense sia ancora o no presente a Fort Knox. Nome assurto all'immaginario collettivo come luogo inaccessibile e banca più protetta del mondo, la base militare ospita circa 147,3 milioni di once d'oro, equivalenti a circa 4.580 tonnellate, con un valore stimato di 425 miliardi di dollari.
Quanto di questa grande cifra appartiene agli USA e quanto agli altri stati? Se lo sono chiesti Musk e appunto Borghi, che sul suo profilo X ha subito applaudito alla ricerca di chiarezza e volontà portata avanti dal magnate di origini sudafricane.
C'è oro italiano a Fort Knox? La risposta è: no. Anche se l'Italia ha cospicue riserve auree conservate in altri stati in giro per il mondo, compresi gli Stati Uniti, la base di Fort Knox non è il luogo in cui sono conservate. Delle 2.452 tonnellate di oro di proprietà italiana, 1.061,5 tonnellate (il 43,29% del totale) sono depositate negli USA presso la Federal Reserve Bank di New York.
Nella base sita a Kentucky c'è principalmente l'oro appartenente agli Stati Uniti.
L'interesse di Musk per un audit delle riserve auree fa il paio con le sue iniziative portate avanti tramite il Dipartimento dell'Efficienza Governativa (DOGE), creato per ridurre gli sprechi e migliorare l'efficienza del governo federale. Una funzione però dai contorni fumosi e che ha già portato alla prima "testa tagliata", quella del senatore Vivek Ramaswamy: probabilmente insoddisfatto di dover fare il numero 2 a Musk, ha scelto di correre per la carica di governatore dell'Ohio.
Dear @elonmusk while auditing Fort Knox gold, could you pls check if Italy's 1061.5 tonnes deposited are still there?
— Claudio Borghi A. (@borghi_claudio) February 18, 2025
I had the opportunity to check the 1100 tonnes in Italy and they are safely in the vaults. pic.twitter.com/0MiHwQvWJ8
Se il taglio degli sprechi governativi è un qualcosa che piace alla pancia della popolazione, allo stesso tempo pone serie domande sui limiti che i privati cittadini (seppur molto ricchi come lo stesso Musk) possono oltrepassare o meno: una persona non eletta ad alcuna carica può decidere sulla quantità o meno di persone che possono lavorare in smart working o meno?
L'ultima idea di ottenere dall'IRS (Internal Revenue Service), il fisco statunitense, accesso a dati e numeri sociali per verificare il gettito fiscale dei contribuenti nonostante il DOGE non sia un'agenzia federale e abbia bisogno del Congresso per veder approvata o meno ogni proposta di taglio alla spesa pubblica.
Il paradosso di Musk è di aver bisogno di un governo, con il suo deep state di agenzie federali e le sue strutture anche elefantiache, sia per la sopravvivenza delle sue aziende (la NASA che chiede a SpaceX aiuto per le sue missioni spaziali) sia per la sua legittimazione politica, ottenuta anche con la diffusione di notizie tendenziali, false o orientate per scopi altri.
La proposta del patron di X e SpaceX di controllare le riserve auree a Fort Knox nasce da un interesse per la trasparenza e l'efficienza governativa, supportato anche da figure politiche come il senatore Paul.
Insomma, tutto considerato, la risposta alla domanda di Borghi è negativa, anche se la domanda potrebbe esser intesa come mal centrata. Domandandosi se ci sia oro italiano a Fort Knox, allora ci si dimentica del deposito a New York; altrimenti si potrebbe pensare alla strategia che ha portato i vari governi italiani a spostare parte delle riserve auree all'estero.
Watch Chairman @SenRandPaul’s full remarks from yesterday’s #HSGAC hearing examining waste by the foreign aid bureaucracy here: https://t.co/PPYwJt7Ev6 pic.twitter.com/tRIIdXGASE
— HSGAC GOP (@HSGAC_GOP) February 14, 2025
I momenti convulsi seguiti alla liberazione di Roma da parte delle truppe anglo-americane, lo spostamento della corte a Brindisi e la generale riorganizzazione dello stato italiano alla fine della Seconda guerra mondiale sono tutti fattori che hanno portato a prestare particolare attenzione a riserve auree da conservare per situazioni di estrema emergenza.
Come visto nella guerra avviata dalla Russia contro l'Ucraina, lo stato russo ha dato fondo ad una parte considerevole delle sue riserve per finanziare la sua macchina bellica o per scambi commerciali con i paesi che non hanno aderito alle sanzioni internazionali. Senza arrivare a tanto l'Italia ha spostato parte del suo oro all'estero per minimizzare i rischi associati a eventi imprevisti, come conflitti o crisi economiche.
Gli Stati Uniti si sono poi dimostrati, fra gli anni '50 e '60, capaci di convincere anche altri stati di considerarli come custodi delle loro riserve auree. La diversificazione dei vari depositi è una strategia a doppio taglio: come accennato, c'è il caso estremo della Russia, ma anche la sicurezza che l'oro possa esser controllato meglio.