Ellias Barnès (Marc-André Grondin) ha circa quarant’anni e due grandi occhi verdi che sembrano costantemente sull’orlo del pianto. Ha lo sguardo triste e ferito di chi viene trafitto al costato ogni giorno da un dolore forte e tagliente come una lama di coltello. Vive a Parigi, è uno stilista di moda visionario e ama le tinte accese e vibranti proprio come il bellissimo colore dei suoi occhi. Benché sia circondato da molti collaboratori, da modelle di prestigio e da una fedele assistente affezionata, è un uomo solo. La madre vive a Miami e, dopo essersi separata dal marito, si è risposata col fratello dell’ex coniuge.
Il padre vive in Canada, dove è nato Ellias, ma saranno almeno vent’anni che non hanno più rapporti. C’è qualcosa di oscuro e sofferto nel loro legame che ha generato una crepa irreparabile e che ha spinto Ellias ad allontanarsi per sempre da Pierre-Luc. Da qualche tempo però Ellias percepisce spesso una fitta intensa e opprimente al petto, come se il malessere che per troppo tempo ha taciuto a tutti stesse presentando il conto al suo cuore dal battito ballerino. Preoccupato che possa trattarsi di un principio d’infarto o di una patologia circolatoria, nonostante gli accertamenti parlino di banali attacchi d’ansia, si ritroverà obbligato a contattare suo padre per chiedergli una copia dei suoi referti medici al fine di indagare su una possibile causa genetica; Pierre-Luc infatti, un paio d’anni prima, ha avuto un ictus.
Ma proprio nel momento in cui Ellias, se pur controvoglia, avrà bisogno di suo padre, verrà avvisato dalla polizia che è appena deceduto per colpa di un secondo ictus. Costretto a tornare in Canada per organizzare il funerale e per svuotare e vendere la casa ereditata dal padre, scoprirà che proprio in quella piccola villetta Pierre-Luc nascondeva con precisa organizzazione un segreto inconfessabile.
Ormai penso sia abbastanza chiaro: Xavier Legrand non ama la figura paterna. Anzi, a guardare entrambi i suoi film traspare vivido un certo risentimento nei confronti dei padri, come se portasse sul petto un macigno che preme così forte da schiacciargli il cuore ridotto a sanguinare. È il 2013 quando, dopo diversi anni da attore teatrale e dopo qualche piccola parte al cinema successivamente all’aver conseguito gli studi presso il Conservatoire National Supérieur d'Art Dramatique di Parigi, debutta da regista col suo “Avant que de tout perdre” che gli ha fatto vincere il Premio César come miglior cortometraggio e gli ha fatto intascare una nomination agli Oscar nella medesima categoria. Ma è solo nel 2017 che ha presentato al pubblico il suo primo lungometraggio “L’Affido”, in buona sostanza il seguito di “Avant que de tout perdre”, che oltre a un altro Premio César, stavolta come miglior film, gli ha fatto vincere il Leone d’Argento – Premio Speciale per la Regia al Festival di Venezia. Scritto e diretto da Legrand la pellicola narrava la storia Miriam Besson, interpretata da Léa Drucker, e delle violenze domestiche subite da lei e da sui figli da parte dell’ex marito Antoine Besson (Alberto Bognanni). Una drammatica ricostruzione familiare di un contesto altamente abusante a livello psichico e fisico, in un crescendo di tensione e nervosismo. Ma, per quanto ne abbia riconosciuto le buone capacità nel gettare lo spettatore in uno stato ansiogeno e di terrore, non l’ho mai reputato un capolavoro.
È difatti, secondo me, con “L’Erede”, il suo secondo lungometraggio uscito in Italia lo scorso 20 febbraio (con un anno di ritardo rispetto a Belgio, Canada e Francia), che risalta al meglio il talento da regista. Sceneggiatura sempre dello stesso Legrand, la trama è una rielaborazione del romanzo del 2015 “La Gabbia” dello scrittore Alexandre Postel. A differenza però del libro, il protagonista ha una vita meno banale, piatta, con un talento artistico che lo rende più charmant. Ne “La Gabbia” il personaggio principale è un anonimo venditore di cellulari. L’inizio de “L’Erede” è molto conturbante e ti trascina da subito in una realtà adrenalinica: una musica da rave martella senza sosta mentre un gruppo di mannequin sfila a passo svelto in una passerella a forma di labirinto. Quella forma rotonda, ricreata da una serie di panche per far sedere gli spettatori, disposte lungo delle linee circolari con le modelle che gli passano a fianco, in qualche modo fa pensare di getto alla mente umana e all’inconscio. Ecco che pochi istanti dopo vediamo apparire sullo schermo il protagonista, interpretato dall’attore Marc-André Grondin, che in uno dei momenti più importarti della sua carriera viene colto da un dolore al petto che lo angoscia. Ma il prestigio della sfilata non lascia spazio neanche al panico: Barnès deve correre percorrendo quel distopico labirinto e ringraziare i presenti per aver assistito alla presentazione della sua nuova collezione di abiti.
La prima sensazione che si avverte dinnanzi a questo film è proprio l’affanno del personaggio, non soltanto a livello cardiaco, ma anche esistenziale come se non volesse fermassi a pensare, come se stesse sfuggendo dal suo passato, da se stesso e anche dai suoi pensieri più intimi. Però con l’aumentare dei sintomi da infarto, che in verità altro non erano che attribuibili all’ansia, in qualche maniera Ellias Barnès si riconnette a suo padre a livello viscerale pochi giorni prima del suo trapasso. Ma si possono davvero ereditare da un mostro le più innominabili pulsioni e i gusti più raccapriccianti, che deviano la psiche e sporcano la coscienza, solo perché uniti da un legame di sangue? Il DNA può influire così tanto sulla costruzione della personalità di individuo? È questo il dilemma che ci pone Xavier Legrand con l’aiuto di uno straordinario Grondin, che ha dato prova di una grandissima capacità attoriale.
Io personalmente sono convinta di no, o meglio: per quanto il patrimonio genetico possegga un ruolo fondamentale per la nostra identità, definendo ad esempio il nostro aspetto fisico o anche la tendenza a sviluppare alcune malattie, calcolata l’importanza del contesto in cui veniamo cresciuti durante l’infanzia e la prima adolescenza, continuo a pensare che (fatta eccezione per il disturbo antisociale) la scelta fra bene e male spetti soltanto a noi. Se per me è vero anche che si nasce più o meno empatici, come fosse un istinto, alla fine di tutto ogni azione che arreca sofferenza agli altri è sempre una questione arbitraria. Sarò ingenua, ma a trentacinque anni continuo ancora a sperarci. Altrimenti la catena del male non potrà mai essere spezzata. Per questo thriller drammatico che mi è piaciuto moltissimo, tre virgola nove stelle su cinque.