Prima scena, interno notte. Siamo al 26 gennaio, a poche ore dalla morte di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, e Matteo Salvini scrive: «Sto dalla parte del poliziotto». Il cadavere è ancora caldo steso sull’asfalto. Le indagini devono ancora cominciare. Un leader di partito che è anche vicepresidente del Consiglio nonché ministro ha emesso la sua sentenza.
Il poliziotto si chiama Carmelo Cinturrino, assistente capo del commissariato Mecenate. È lui che ha sparato. Oggi è indagato per omicidio volontario. Con lui risultano indagati anche quattro colleghi per favoreggiamento e omissione di soccorso. I fatti, nel frattempo, hanno iniziato a snocciolarsi uno dopo l’altro.
La prima versione parla di una pistola puntata contro l’agente. Ma la pistola c’è? Sì, certo, la pistola esiste ma è una replica a salve. Del resto il poliziotto cha raccontato di avere ucciso Mansouri per legittima difesa: quello gli si avvicinava con un’arma in mano e lui gli ha piantato una pallottola in testa. Mica dritta, laterale. Quindi, ricapitoliamo: un conosciuto spacciatore (quindi avvezzo al mestiere di criminale) avrebbe avuto la brillante idea di puntare una pistola giocattolo in faccia a un poliziotto (che lui conosce) per di più camminando di lato come un granchio. Forte, no?
Gli inquirenti lavorano su un dettaglio che pesa più di qualsiasi dichiarazione: i tempi. Tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi trascorrono oltre venti minuti. Ventitré, secondo alcune ricostruzioni. Un intervallo che la Procura considera anomalo. Cinturrino avrebbe riferito di aver chiamato immediatamente. Peccato che i tabulati raccontino altro. E i tabulati non mentono: le persone talvolta sì.
C’è poi il capitolo dell’arma trovata accanto al corpo. L’ipotesi investigativa prende una forma precisa: la pistola potrebbe essere stata posizionata in un secondo momento. In quelle decine di minuti succede di tutto: le versioni cambiano, i verbali vengono limati. I colleghi, sentiti dagli inquirenti, descrivono una gestione solitaria e opaca della scena da parte dell’agente che ha sparato. E qui il racconto interno alla polizia smette di essere compatto.
Nel frattempo emerge il passato. Due anni fa l’assistente capo Cinturrino partecipa a un arresto e viene redatto un verbale. Poco dopo emerge un video. Nel video – secondo quanto riportato negli atti processuali – si vede il poliziotto prendere una banconota da 20 euro (e forse altre) dalla cover del telefono della persona fermata e infilarla nel proprio borsello. MAaquella scena nel verbale non c’è. Il giudice che esamina il materiale scrive nelle motivazioni che quel verbale presenta “profili di scarsa attendibilità” e dispone la trasmissione degli atti alla Procura per ulteriori valutazioni.Sia chiaro, non stiamo parlando di una sentenza ma c’è un dato: esiste un filmato che smentisce una versione ufficiale firmata dallo stesso agente oggi al centro dell’inchiesta per omicidio.
Intanto la Procura di Milano procede con rilievi balistici, analisi sulle distanze di tiro, verifiche sulle impronte sull’arma a salve e ogni elemento erode la ricostruzione iniziale. L’ipotesi del depistaggio entra formalmente nel fascicolo: l’omissione di soccorso diventa contestazione. E la scena di Rogoredo si trasforma da intervento legittimo a campo minato giudiziario.
E mentre gli atti si accumulano, cambia il tono istituzionale. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi interviene e afferma che la polizia è in grado di fare chiarezza “senza sconti per nessuno”. Si tratta di una netta presa di distanza dall’automatismo difensivo. È il riconoscimento che la divisa non vale come scudo dall’accertamento dei fatti.
E allora torniamo a quella frase iniziale di Salvini. «Sto dalla parte del poliziotto». Non c’erano ancora i ventitré minuti, non c’erano i colleghi indagati, non c’era il sospetto di un’arma collocata dopo, non c’era il video del 2024 con le banconote che entrano in un borsello. C’era un’idea di giustizia espressa prima dei fatti.
Le idee contano. Soprattutto quando a pronunciarle è un vicepremier e ministro che ha fatto della sicurezza un vessillo politico e che fa parte di un governo che vorrebbe toccare la Costituzione per riformare la giustizia. La sequenza degli atti giudiziari racconta una storia complessa, fragile, ancora tutta da accertare mentre la frase di Salvini racconta il riflesso di una scelta di campo anticipata.
Ora la Procura indaga, i colleghi parlano, i video restano, quei minuti pesano e la giustizia procede con i suoi tempi. Salvini aveva già deciso. Voi fareste riformare la giustizia a uno così?
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