Una delle ragioni che mi hanno spinto a raccontarvi la storia di Daniele Gravili è che credo che la vittima di questa vicenda meriti di essere ricordata. Una seconda ragione è che l’autore dell’atrocità innominabile che sto per descrivervi, seppure siano trascorsi molti anni dai fatti, potrebbe rappresentare ancora oggi un pericolo sociale ambulante.
Ma la ragione principale per cui ho deciso di parlarvene è che l’unica foto circolante che ritrae Daniele, con quel sorrisino smanioso eppure trattenuto, mi è rimasta impressa.
Vi posso garantire che resterà impressa anche a voi una volta che l’avrete vista. Il 12 settembre del 1992 Daniele Gravili aveva solo tre anni.
Aveva trascorso parte dell’estate in un villino nella località marittima di Torre Chianca, a pochi chilometri da Lecce, insieme al papà autista e alla mamma insegnante. Raffaele e Silvana sono (e rimangono ancora oggi, nonostante tutto) un’alacre e onesta famigliola salentina.
È doloroso immaginarli mentre si affaccendano intorno ai bagagli, piegano e disfano i corredi da mare, raccolgono tutti gli oggetti disseminati nel villino. Il tempo delle ferie è finito.
La loro mente è proiettata all’imminente ripresa delle rispettive professioni, oltre che ai momenti di gioiosa quotidianità che trascorreranno insieme al piccolo Daniele.
Ma poco dopo le due del pomeriggio l’impensabile si materializza, irrompe nelle loro vite, le priva di tutto ciò che di buono l’esistenza può offrire. Eppure l’orrore era soltanto all’inizio. Daniele stava giocando in giardino, e adesso non si vede più.
La residenza estiva è modesta. I coniugi non ci mettono molto a perlustrare l’area esterna. In pochi secondi appurano che il loro non è un abbaglio, o uno scherzo della mente.
Del bimbo, nel giardino, non c’è più traccia. Silvana e Raffaele non avrebbero corso nessun rischio. Sono certi di aver chiuso il cancello. Ed è escluso che Daniele sia riuscito ad aprirlo da solo.
Qualcuno ha violato la loro fortezza domestica, inquinando con un desiderio immondo l’integrità delle loro vite. Chi ha preso Daniele? Chi l’ha sottratto furtivamente allo sguardo amorevole dei genitori, e a quale scopo? Qualsiasi cosa sia successa, deve essere successa in una manciata di minuti, forse di secondi.
Per marito e moglie il futuro smette di esistere. Si scaraventano fuori dal villino, citofonano a quelli adiacenti alla ricerca di risposte, di rassicurazioni. Vagano per Torre Chianca intercettando e interpellando ogni passante. Si aggrappano alla speranza di veder spuntare il figlio da dietro un cespuglio, sorridente e in salute.
Infine entrano in un bar, segnalano di dover chiamare con urgenza la polizia, ed è tramite un centralino che vengono a conoscenza di un evento raccapricciante: il corpo morente di un bambino è stato rinvenuto sulla spiaggia.
In quel momento Silvana e Raffaele, in cuor loro, già sanno cosa è accaduto. Ma il momento di spegnere ogni speranza non è ancora arrivato. Quindi montano in macchina e raggiungono il luogo indicato. È proprio lì, ed è proprio lui.
Tra le dune della spiaggia, a poca distanza dalla battigia, il corpo pallido ed esanime di Daniele Gravili giace come un rottame dismesso e dimenticato dal destino. La sua maglietta è lacerata.
I pochi bagnanti presenti in quel pomeriggio di tarda estate si sono radunati intorno al luogo dello scandalo, fino a formare un capannello che Silvana e Raffaele guardano attoniti.
Un vigile del fuoco tenta di rianimare il bambino ricorrendo anche alla respirazione bocca a bocca. Il piccolo respira. Cambia colorito. È ancora vivo. Non bisogna perdere tempo.
Il bambino viene trasportato in ospedale, dove morirà in seguito a un’agonia durata sette ore. Causa del decesso: soffocamento. Gli accertamenti autoptici chiariranno che il contesto in cui tale soffocamento si è verificato è, se possibile, più abominevole della morte stessa.
L’ignoto rapitore, dopo aver sequestrato Daniele in pieno giorno, lo ha condotto in spiaggia. Qui ha abusato sessualmente di lui. Nel corso della violenza il corpicino e il piccolo viso sono stati compressi sulla sabbia, il che ha causato l’inalazione di una quantità di granelli sufficienti a otturare le vie aeree.
Il primo ad accorgersi della presenza della vittima sulla spiaggia è stato un ragazzino di dodici anni, anche lui di nome Daniele. Sostiene che stava passeggiando in spiaggia senza una meta precisa, quando si è imbattuto in quello che sembrava un giocattolo, salvo poi capire la gravità di ciò che stava guardando con occhi sempre più intrisi di raccapriccio.
Daniele inorridisce, e va alla ricerca di qualcuno che prenda in considerazione le sue parole, e comprenda che non siano il frutto di uno scherzo. Tuttavia il giovane testimone non si mostra del tutto attendibile nelle dichiarazioni che rende alle forze dell’ordine.
All’inizio sostiene di essersi recato a casa dell’amico Marco dopo pranzo, ma tale Marco risulta non esistere. Messo di fronte all’incongruenza, Daniele motiva la sua bugia professandosi impaurito di un uomo dai capelli grigi che avrebbe visto accanto al corpo del bimbo prima di diramare l’allarme.
Non è però in grado di fornire ulteriori dettagli o informazioni sull’adulto in questione. Se le avesse fornite, non sarebbe stato poi così difficile per la polizia rintracciarlo e interrogarlo, considerando che a metà settembre Torre Chianca, da buona località balneare, era tutto fuorché molto popolata o assediata dai turisti.
Direi che è comunque lecito ipotizzare che l’uomo dai capelli grigi sia un parto dell’immaginazione del dodicenne, proprio come l’amichetto del dopo pranzo. Dopo questa disamina orrorifica, una notizia cattiva e una buona.
La cattiva: l’omicidio di Daniele Gravili è rimasto irrisolto, nonostante un’interrogazione parlamentare in merito e l’impegno profuso anche dall’”Unità Delitti Insoluti”, istituita nel 2009 presso la Direzione Centrale Anticrimine della polizia.
La buona: l’omicidio di Daniele Gravili è risolvibile. Infatti nell’agire la violenza sessuale sul corpicino, l’aggressore ha lasciato impressa la sua firma genetica. Mi riferisco al liquido seminale, oltre che al sangue, rinvenuto addosso alla vittima.
Nel corso delle indagini il sostituto procuratore di Lecce Cataldo Motta ha disposto confronti del DNA su decine di soggetti, incluso il padre della vittima, tutti risultati estranei. A fronte della percepita scarsa collaborazione dei residenti del luogo, che il procuratore ha a più riprese evidenziato e stigmatizzato, alla fine l’archiviazione del caso è parsa l’unica opzione percorribile.
Meritano menzione due uomini che hanno rischiato di restare invischiati in una selva di sospetti gravissimi e di maldicenze: Maurizio, che si trovava nelle vicinanze della scena del crimine.
Probabilmente fu il primo uomo a cui il dodicenne si rivolse dopo aver rinvenuto la vittima. Maurizio si recò spontaneamente in ospedale, per avere notizie sulla salute della vittima. E poi Silvio, un residente di Torre Chianca, che una telefonata anonima recapitata in procura indicava come il maniaco.
La comparazione genetica lo esonerò da ogni colpa, ma il suo interrogatorio fu comunque proficuo. Silvio infatti informò gli investigatori dell’esistenza di un passaggio condominiale, che dalla zona del villino di Daniele si dipartiva per trecento metri, fino a sboccare direttamente sulla spiaggia.
Potrebbe trattarsi della scorciatoia usata dall’assassino per accompagnare la vittima senza essere visto? Il ritrovamento di alcune caramelle sul sentiero sembrerebbe avallare questa intuizione, se si ipotizza che l’aggressore abbia usato i dolciumi per persuadere il bambino a seguirlo.
È con sguardo affranto, ma comunque propositivo, che oggi dobbiamo guardare a questo cold case, concentrandoci su ciò che è ancora possibile fare, piuttosto che su ciò che si è trascurato e sul tempo perso: procurarsi nuovi dati testimoniali dal dodicenne, ormai adulto, che ha rinvenuto il corpo, e rivalorizzare quelli già esistenti, anche alla luce delle più recenti acquisizioni in materia di psicologia della testimonianza; realizzare un profilo psicologico dell’autore del delitto, sulla base di come ha escogitato il rapimento e lo stupro, e sulla scorta delle conoscenze criminalistiche oggi acquisite sul fronte dei predatori sessuali violenti che agiscono contro gli infanti: età media, presumibile altezza, statura, agilità e destrezza, probabilità che abitasse a Torre Chianca o fosse solo un turista, presumibili compromissioni psicologiche e psichiatriche.
Ormai disponiamo di una casistica molto ampia sul tema, e sarà bene farne tesoro; verificare lo stato di conservazione del liquido seminale ed ematico repertato sulla scena del crimine, procedendo con ulteriori comparazioni che, anche in assenza di corrispondenze univoche, potrebbero comunque far emergere linee di parentela con l’assassino, facilitandone la cattura; coniugare queste iniziative a un irrinunciabile, ma anche perturbante, interrogativo: perché un soggetto che ha dimostrato assenza di empatia e totale incapacità di controllare le proprie pulsioni, e al contempo un’elevata lucidità nella progettazione ed esecuzione criminale, ha ucciso nel 1992 per poi, apparentemente, smettere di compiere delitti simili in quest’area geografica? Cosa glielo ha impedito?
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