Nel dibattito sul referendum sulla giustizia, le parole pronunciate dal pubblico ministero Henry John Woodcock nel podcast di Michele Santoro hanno suscitato molte polemiche perché hanno finito per toccare uno dei principi cardine del nostro ordinamento: la presunzione di innocenza.
Secondo Woodcock, nel processo sarebbe l’imputato a dover dimostrare la propria innocenza. Un’affermazione che si inserisce in un ragionamento più ampio e che probabilmente non era intesa in senso strettamente tecnico. Tuttavia, se presa alla lettera, essa finirebbe per rovesciare l’impianto costituzionale sul quale si fonda il sistema penale italiano.
L’Articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce infatti con assoluta chiarezza che l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva. Non si tratta di un dettaglio procedurale o di una formula simbolica, ma di una delle garanzie fondamentali dello Stato di diritto.
La presunzione di innocenza non è una formula retorica né una clausola adattabile alle esigenze del momento. È il limite più importante al potere punitivo dello Stato e rappresenta una delle conquiste fondamentali delle democrazie liberali. Significa che nessun cittadino può essere considerato colpevole finché la sua responsabilità non sia stata dimostrata in un processo equo, davanti a un giudice terzo e nel rispetto delle regole del contraddittorio.
Per questa ragione, nei sistemi giuridici fondati sui principi liberali, l’onere della prova grava sull’accusa. È lo Stato, attraverso il pubblico ministero, che deve dimostrare la responsabilità penale di un cittadino. Pretendere il contrario significherebbe trasformare il processo in un meccanismo nel quale l’imputato è chiamato a difendersi da una presunzione di colpevolezza, capovolgendo la logica stessa della giustizia penale.
Questo principio non tutela soltanto chi si trova sotto processo. Protegge tutti i cittadini, perché stabilisce un limite preciso all’esercizio del potere dello Stato. Metterlo anche solo implicitamente in discussione non significa aprire un dibattito tecnico tra addetti ai lavori, ma toccare il cuore delle garanzie costituzionali che regolano il rapporto tra istituzioni e cittadini.
Proprio per questo le parole di Woodcock hanno fatto rumore anche per un’altra ragione: arrivano da un magistrato che esercita la funzione requirente. Non perché ai magistrati debba essere negata la libertà di esprimere opinioni nel dibattito pubblico, ma perché chi rappresenta l’accusa dovrebbe essere il primo custode dell’equilibrio tra accusa e difesa.
Ed è proprio questo equilibrio che torna al centro del dibattito sulla riforma della giustizia. Quando si discute di separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice non si mette in discussione l’indipendenza della magistratura, ma si cerca di rafforzare la terzietà del giudice e la percezione di imparzialità del processo.
Se chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso ordine e condividono lo stesso percorso professionale, il rischio è che agli occhi dei cittadini il processo appaia meno equilibrato. Non è solo una questione tecnica, ma un problema di fiducia nelle istituzioni.
Negli ultimi anni quella fiducia è stata messa a dura prova. Vicende che hanno coinvolto il funzionamento interno della magistratura hanno mostrato quanto possano essere opache alcune dinamiche e quanto il sistema delle correnti abbia inciso nella gestione del potere all’interno dell’ordine giudiziario.
È in questo contesto che il referendum sulla giustizia assume un significato più ampio. Non rappresenta una battaglia contro la magistratura, ma l’occasione per intervenire su alcuni nodi strutturali del sistema e rafforzare l’equilibrio tra accusa, difesa e giudice.
Il punto di partenza, però, resta uno solo: il rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto. La presunzione di innocenza non è un’opinione e non può essere piegata alle esigenze del dibattito politico o mediatico.
È il fondamento stesso della giustizia penale. Perché in una democrazia liberale il processo non parte dal sospetto di colpevolezza, ma da un principio molto più semplice e molto più forte: fino a prova contraria, ogni cittadino è innocente.
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