La scadenza per la conversione definitiva del decreto sicurezza n. 23/2026 è il 25 aprile. La Festa della Liberazione. Il calendario, questa volta, parla da solo.
Il testo è entrato in vigore il 25 febbraio, sessanta giorni contati fino all'ultimo. Approvato il 5 febbraio dal Consiglio dei Ministri presieduto da Giorgia Meloni, firmato da Sergio Mattarella nonostante le riserve circolate negli uffici del Quirinale, ora è all'esame della commissione Affari costituzionali del Senato, presieduta da Alberto Balboni (Fratelli d'Italia). Il 18 marzo è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti: 1.215 proposte, di cui 1.105 dall'opposizione e 128 dalla stessa maggioranza. Proprio quegli ultimi 128, politicamente, preoccupano il governo più di tutti gli altri messi insieme. Quando sei la tua opposizione più efficace, vuol dire che il testo che hai scritto fa acqua anche dove sei sicuro di casa.
Il decreto ha 32 articoli per 37 disposizioni normative diverse. Una legge nella forma, un catalogo nella sostanza. Dentro c'è la norma sul fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti, lo scudo penale per le forze dell'ordine, la stretta sulla vendita di coltelli ai minori, nuove norme sull'immigrazione, presidi di polizia nei centri commerciali e negli ospedali. C'è tutto e il contrario di tutto, che è esattamente il punto. Il Comitato per la legislazione del Senato, presieduto dalla leghista Daisy Pirovano, ha formalmente segnalato che il testo manca, in alcune parti, dei requisiti costituzionali di "necessità e urgenza" che un decreto-legge deve soddisfare per essere legittimo. L'Ufficio Studi di Palazzo Madama ha invitato il governo a "chiarire" le norme più controverse. In pratica, due organi tecnici interni al Parlamento hanno detto, con i loro strumenti, quello che l'opposizione dice con i suoi: questo testo non sta in piedi. Solo che la commissione ha comunque negato alle opposizioni l'esame congiunto con la Commissione Giustizia, come richiesto formalmente in una lettera a Ignazio La Russa. Nessuna risposta dal presidente del Senato.
Risultato: meno tempo, meno sguardi, più fretta. Il calendario spreme il testo tra il referendum del 22-23 marzo, la sospensione parlamentare della settimana precedente, la pausa di Pasqua e il 25 aprile. Chi comanda i tempi comanda il merito.
La norma più contestata è l'articolo 7, quello che introduce il cosiddetto fermo preventivo. Il testo lo chiama "accompagnamento negli uffici di polizia": una persona può essere portata in commissariato e tenuta lì fino a 12 ore se un agente ritiene che sussista il "fondato motivo di ritenere che ponga in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione". Basta il possesso di un casco, l'uso di petardi, o la presenza di "precedenti penali o segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza" negli ultimi cinque anni. La norma è corretta rispetto alle bozze iniziali: il Quirinale aveva sollevato rilievi precisi, e il pubblico ministero può ora revocare il fermo in qualsiasi momento se ritiene che le condizioni non sussistano. Già. Ma nel tempo in cui il pm valuta, la manifestazione è passata.
Matteo Salvini aveva proposto 48 ore, poi corretto a 24, poi accettato 12 solo dopo le pressioni del Colle. La versione definitiva del fermo preventivo è, in senso letterale, quella che il Quirinale ha ritenuto il minimo accettabile per non restituire il testo al governo. Una garanzia robusta non è: è la soglia oltre la quale Mattarella non poteva non firmare. E gli emendamenti soppressivi presentati da Pd, M5s e Alleanza Verdi e Sinistra chiedono di toglierla in toto. Proposte puntuali, di merito, su un testo omnibus di 37 norme. Il presidente Balboni non potrà facilmente usare il meccanismo del "canguro" per saltarle. E questo spiega perché il governo vuole bruciare i tempi.
Lo scudo penale funziona così: quando "appare evidente" che un atto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, il pubblico ministero apre un "modello separato" di annotazione preliminare anziché iscrivere l'indagato nel registro ordinario. La tutela è stata estesa ai civili, dopo le obiezioni del Quirinale sull'uguaglianza di fronte alla legge, per cui vale anche per chi spara a un ladro in casa. Ma nasce per le forze dell'ordine, pensata per il contesto delle manifestazioni. Il meccanismo crea di fatto un doppio binario investigativo: chi usa la forza in divisa ha una corsia preferenziale per evitare l'iscrizione nel registro degli indagati, con tutto ciò che l'iscrizione comporta in termini di pubblicità, procedura, esposizione. Il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione vale per chi è sottoposto alla legge. Come valga anche per chi la applica, in modo identico, rimane da chiarire.
Il 12 marzo 2026 nella Sala Caduti di Nassirya del Senato, i Giuristi Democratici hanno presentato un dossier intitolato "Assalto alla Costituzione", promosso su iniziativa del senatore Peppe De Cristofaro. Presenti, tra gli altri, la senatrice Ilaria Cucchi, Antonello Ciervo e Marica Di Pierri. Il documento analizza le norme introdotte dal decreto e costruisce una lettura complessiva delle conseguenze pratiche per chi esercita il diritto di protestare. De Cristofaro e Cucchi hanno collegato il decreto alle altre riforme istituzionali in corso, separazione delle carriere e premierato, come elementi di un disegno che concentra potere nell'esecutivo e restringe i contrappesi. La rete No Kings ha annunciato una marcia nazionale a Roma per il 27 e 28 marzo, con artisti tra cui Ditonellapiaga, Daniele Silvestri e Rancore. Il governo risponde ai Giuristi Democratici con Salvini che chiama chi lo critica un delirante. La replica è, in toto, coerente con lo stile del decreto.
Il decreto nasce dagli scontri di Torino di fine gennaio 2026. Forse c'erano motivi per intervenire. Le 37 norme del decreto riguardano quella mattina in piazza in modo del tutto marginale. La stretta sui coltelli ai minori non ha nulla a che fare con gli agenti feriti durante i cortei. Le norme sull'immigrazione e i rimpatri non hanno nulla a che fare con i manifestanti di Torino. I presidi di polizia nei centri commerciali non hanno nulla a che fare con niente di urgente. Il decreto-legge, per sua natura costituzionale, deve rispondere a una necessità e un'urgenza specifiche. Deve risolvere qualcosa che non poteva aspettare i tempi ordinari dell'iter parlamentare. Solo che il governo Meloni usa sistematicamente lo strumento del decreto per infilare dentro un'emergenza reale o percepita un intero catalogo di norme che hanno vita difficile in Parlamento, contando sul fatto che la conversione debba avvenire in blocco e in fretta.
Questo è esattamente ciò che il Comitato per la legislazione ha segnalato. L'"eterogeneità" del testo "confligge" con le norme penali introdotte: per innovare il diritto penale, in un sistema che si rispetti, è più corretto un disegno di legge, con i suoi tempi, le sue audizioni, le sue letture. Un decreto che passa di fiducia in fiducia perché il governo ha il numero in Parlamento e l'orologio dalla sua parte è altro. È un rilievo tecnico prodotto dall'organo che il Parlamento stesso ha istituito per vigilare sulla correttezza formale delle norme. La politica, stavolta, è rimasta fuori dalla porta.
Da parte sua, Maurizio Gasparri (Forza Italia), capogruppo al Senato, ha già delimitato il perimetro degli emendamenti della maggioranza: "A parte gli emendamenti che i singoli potranno presentare, come maggioranza stiamo valutando la possibilità di intervenire con correttivi comuni per migliorare il testo sotto il profilo della tutela delle forze dell'ordine e il contrasto all'immigrazione irregolare". In altre parole, gli oltre cento emendamenti che la stessa coalizione ha depositato riguardano le forze dell'ordine e l'immigrazione, le parti contestate sul piano costituzionale restano intatte. Un governo che emenda il proprio decreto senza toccare le parti più contestate del proprio decreto è un governo che emenda per migliorare la copertina, lasciando il libro com'è.
Il risultato di questa filiera è già scritto: il decreto sarà convertito entro il 25 aprile, probabilmente con alcune correzioni di drafting operate dal Comitato di legislazione, qualche aggiustamento di Forza Italia sui presidi di polizia, e il resto intatto. Il fermo preventivo resterà. Lo scudo penale resterà. La zona cuscinetto di dieci metri, proposta della Lega, ancora formalmente emendamento, aspetta il prossimo giro. La cauzione per i cortei, già esclusa dal testo originale dopo le pressioni del Viminale stesso, è rientrata come proposta di Salvini nel pacchetto emendamenti. Sopravvive a ogni versione del decreto. Conta restare nel discorso pubblico come proposta di buonsenso incompresa; approvare è secondario.
E il 25 aprile il governo potrà dire di aver convertito la legge sulla sicurezza. Proprio quel giorno. Il calendario, dicevamo, parla da solo.
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