“Sindrome di Medea” è l’espressione genericamente adottata per descrivere l’uccisione di un figlio o di una figlia da parte della madre. Quando accadono fatti di questo tipo ci ritroviamo di fronte al sovvertimento più brutale e osceno non solo di un tabù sociale, ma di una condizione che in molti considerano incuneata nelle fibre stesse dell’universo, nell’atto stesso della procreazione, in ogni scenario pre comunitario in cui è immaginabile che gli esseri umani possano vivere: l’amore materno. L’amore inteso come devozione disinteressata, come impegno nel correggere e gioia nel veder fiorire ciò che un tempo si portava in grembo.
Se pensiamo alle recenti vicende di Alessia Pifferi e Chiara Petrolini, difficilmente riusciamo a razionalizzarle ripetendoci “Sono eccezioni che confermano la regola”. No, è quasi inconcepibile che la regola dell’amore materno possa essere insidiata da eccezioni. In fondo le eccezioni non confermano mai veramente le regole, ma le smentiscono.
Per questo, nel tentativo di descrivere l’indescrivibile, è inevitabile affacciarsi al mito, e qui torniamo alla figura di Medea, che è protagonista di una meravigliosa tragedia di Euripide sottoposta ad adattamenti di ogni tipo e forma nel corso dei secoli. Nella versione del drammaturgo greco, Medea uccide i suoi due figli per vendicarsi del tradimento del marito Giasone. Al di là delle suggestioni mitologiche, nella tragedia il duplice omicidio viene presentato come un atto sì dettato dall’umiliazione e dalla disperazione, ma anche a lungo premeditato e compiuto con ferma determinazione.
Già questa stringata sintesi basta per capire come l’archetipo di Medea non sia rappresentativo del comportamento criminale di tutte le madri assassine. A tal proposito basta comparare l’agito di due donne che sono diventate tristemente celebri in Italia per aver ucciso la propria prole: Annamaria Franzoni, che nel 2002 a Cogne frantumò il cranio del figlio Samuele Lorenzi di appena 3 anni, e Martina Patti, la ventiseienne che nel 2022 accoltellò a morte e seppellì la figlia di 5 anni, Elena Del Pozzo, nei dintorni di Catania.
Nel primo caso ci troviamo di fronte a un crimine che processualmente è stato ricostruito come un dolo d’impeto da manuale: la mattina del delitto Annamaria Franzoni era reduce da una nottata difficile, in cui aveva avvertito un forte malessere. Infastidita dal pianto del piccolo Samuele, la donna agì sulla spinta di un’irritazione incontenibile, usando un oggetto contundente mai identificato, senza alcun tipo di premeditazione e soprattutto senza covare alcun proposito di vendetta nei confronti del marito Stefano Lorenzi, con il quale vi era un rapporto duraturo e stabile.
Completamente diverso lo scenario entro cui ha agito Martina Patti, la quale non solo ha premeditato il figlicidio con il preciso intento di far soffrire l’ex compagno Alessandro Del Pozzo, ma ha anche simulato il finto rapimento della figlia da parte di una banda mai esistita, provando senza successo ad allontanare i sospetti da sé. Vendetta, odio, lucidità, tentativo di affrancamento dalla propria colpa. È facile capire come i tratti salienti della trama di Medea si manifestino con chiarezza nel crimine di Martina Patti, ma non in quello di Annamaria Franzoni.
Per spiegare quanto il figlicidio a opera delle madri sia un fenomeno complesso e diversificato si potrebbero citare centinaia di altri casi, anche limitando l’analisi al solo panorama italiano. Lo stesso discorso si può applicare ai padri che si rendono colpevoli di simili misfatti, ma ciò sarà oggetto di trattazione in un articolo futuro.
Adesso voglio concentrarmi sul caso del duplice figlicidio contestato alla studentessa ventiduenne Chiara Petrolini: la giovane avrebbe portato a termine due gravidanze all’insaputa di tutti, fidanzato e genitori compresi, nel 2023 e nel 2024. Una volta partoriti i neonati, li avrebbe sepolti nel giardino della villetta di Traversetolo (frazione di Parma) dove risiedeva. I corpicini sono stati scoperti fortuitamente nel settembre del 2024, e da lì le indagini hanno preso le mosse.
Tutti gli accertamenti psicologici finora svolti hanno acclarato che Chiara Petrolini era capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Per lei la Procura di Parma ha chiesto ventisei anni di reclusione. Su quale sia il motore psicologico che possa aver spinto la ventiduenne a nascondere i propri segreti per lunghi mesi, a non parlarne con nessuno mentre continuava a condurre una vita mondana e apparentemente felice, poi a partorire i neonati e a disfarsene in un modo così bieco, pur mantenendoli sempre vicini a sé, temo proprio di non avere risposte.
Ciò che qui mi preme sottolineare è che anche un crimine che appare così peculiare e inimitabile per i suoi connotati macabri, in realtà rientra in un lungo elenco di casi simili, di cui cito solo qualche esempio: nello stesso 2024 a Reggio Calabria, la madre di una ragazza di venticinque anni (la cui identità non è stata divulgata), ha scoperto casualmente la presenza di due piccoli cadaveri nell’armadio della figlia. L’anno successivo la venticinquenne è stata tratta in arresto, perché sospettata di aver soffocato i figli subito dopo il parto, salvo poi mantenerli vicini a sé proprio come ha fatto Chiara Petrolini.
Se poi ci addentriamo nella cronaca internazionale, ci imbattiamo in casi ancora più sconvolgenti dal punto di vista della quantità delle vittime che alcune madri assassine sono riuscite a totalizzare senza essere scoperte per anni, sempre seguendo la “condotta” di Chiara Petrolini e della ragazza di Reggio Calabria.
Nel giugno del 2014 la Finlandia rimase sconvolta dal rinvenimento di cinque cadaveri nella cantina di un appartamento in località Oulu. Fu stabilito che tutti i corpi erano appartenuti a bambini, tutti partoriti dalla stessa madre, Kaisa Emilia Vornanen – Karaduman, la quale li inserì in buste di plastica e infine li occultò nella parte più bassa dell’appartamento dove viveva. Nonostante una prima condanna all’ergastolo, nel 2016 la pena per Kaisa Vornanen venne ridotta a tredici anni di reclusione, grazie al riconoscimento di alcune attenuanti psicologiche e alla riconfigurazione del reato di “omicidio volontario”.
Spostiamoci a Detroit, in Michigan. È il 2015. La trentaseienne Mitchelle Blair viene arrestata e processata per aver torturato e ucciso due dei suoi figli. Stavolta non parliamo di neonati, ma della tredicenne Stoni, uccisa nel 2013, e di Stephen, assassinato nel 2012 a nove anni di età. Dopo aver mostrato un supremo disprezzo nei loro confronti, Mitchelle Blair non occultò i cadaveri in qualche pozzo, bosco o radura lontana, ma li nascose in un congelatore che teneva in cantina, dove poi furono ritrovati. Potrei andare avanti a lungo. Questi non sono casi isolati.
Insomma, proprio come quello di Annamaria Franzoni, Martina Patti, Alessia Pifferi e Veronica Panariello, l’agito criminale di Chiara Petrolini è tragicamente paradigmatico di una certa tipologia di madri assassine, presumibilmente mosse da un simile e turpe bisogno psicologico: quello di sopprimere i propri figli ma di mantenerli comunque vicini a sé. Occorre quindi guardare all’agghiacciante fenomeno dei genitori che uccidono i propri figli valorizzando le analogie tra i vari casi, così da pervenire a una cognizione più estesa, ma evitando ogni sin troppo facile generalizzazione. L’orrore destato da questi fatti di cronaca non deve confonderci. Ogni vicenda merita un’analisi e una comprensione autonoma, affinché ci si possa concretamente avviare sul sentiero della comprensione e della prevenzione.
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