06 Apr, 2026 - 06:00

Sigonella, quando la sovranità non era una parola vuota

Sigonella, quando la sovranità non era una parola vuota

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui la sovranità smette di essere un concetto astratto e diventa un fatto. Sigonella è uno di quei momenti. E forse proprio per questo, oggi, viene ricordato poco o raccontato male.

Tutto comincia il 7 ottobre 1985, con il dirottamento della nave Achille Lauro da parte di un commando palestinese. Un atto terroristico brutale, segnato dall’uccisione di Leon Klinghoffer, cittadino statunitense di religione ebraica, disabile in sedia a rotelle

Ma ciò che accade dopo non è solo una vicenda di terrorismo internazionale: è una prova di forza tra Stati, una linea di confine tra diritto e potere.

Gli Stati Uniti di Ronald Reagan chiedono la consegna dei responsabili. L’Italia, guidata da Bettino Craxi, con Giulio Andreottialla Farnesina, risponde rivendicando la propria giurisdizione: il crimine è avvenuto su una nave italiana, e quindi spetta all’Italia giudicare. Non è una scelta antiamericana. È una scelta di diritto come suggerito alle autorità di governo italiane dall’allora capo dell’ufficio estradizione del ministero della giustizia Rocco Palamara. Ed è qui che il diritto si trasforma in decisione politica.

Quando l’aereo con i dirottatori viene intercettato dagli americani e costretto ad atterrare nella base di Sigonella, si consuma uno degli episodi più straordinari della storia repubblicana. Craxi autorizza l’atterraggio, ma ordina che siano i militari italiani a prendere il controllo della situazione. Gli americani reagiscono, fanno intervenire le loro forze speciali. Per alcuni minuti, che valgono più di molte dichiarazioni ufficiali, due eserciti alleati si fronteggiano con le armi puntate.

L’immagine dei cerchi concentrici – l’aereo, i militari italiani, le forze speciali americane e infine i carabinieri italiani a chiudere il perimetro – non è solo una scena militare. È la rappresentazione plastica della sovranità. Non gridata, non esibita, ma esercitata.

Non ci furono spari. Non ci furono morti. Ma ci fu qualcosa di molto più raro: una decisione. L’Italia non si piegò. Non per spirito di contrapposizione ideologica, ma per affermare un principio semplice: sul proprio territorio decide lo Stato italiano.

Ed è proprio questo principio che torna oggi di drammatica attualità. Il dibattito recente sull’utilizzo delle basi militari americane in Italia ha riportato alla luce un equivoco duro a morire: l’idea che quelle basi siano, di fatto, territorio sottratto alla sovranità nazionale. Non è così. Non lo è mai stato.

Le basi restano sotto giurisdizione italiana. Gli Stati Uniti ne hanno l’uso, anche ampio, ma non la titolarità. E questo significa una cosa sola: l’Italia può autorizzare, limitare o persino negarne l’impiego. È una prerogativa giuridica, prima ancora che politica.

Eppure, tra norma e realtà, si è progressivamente aperto uno scarto. Un’abitudine alla rinuncia silenziosa, alla delega implicita, come se la sovranità fosse un residuo del passato più che una responsabilità del presente. Sigonella dimostra esattamente il contrario: che la sovranità esiste solo se viene esercitata.

È questo il punto che oggi sembra smarrito. Sigonella non fu un gesto simbolico. Fu un atto concreto di autonomia, compiuto nei confronti della più grande potenza mondiale, senza rotture ma senza cedimenti. Non ci furono piazze, non ci furono slogan. Ci fu una catena di comando che funzionò e una classe dirigente che si assunse la responsabilità delle proprie scelte.

Oggi quell’episodio viene evocato più come nostalgia che come lezione. Ma la sua attualità è evidente. In un tempo in cui la sovranità viene spesso evocata a parole e raramente esercitata nei fatti, Sigonella ci ricorda che l’indipendenza di uno Stato non si misura nelle dichiarazioni, ma nelle decisioni.

E forse è proprio questo che la rende scomoda: perché dimostra che la sovranità, quando la si vuole davvero esercitare, non è mai impossibile. È solo una scelta.

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