07 Apr, 2026 - 10:58

“Il caso Bastoni e la coerenza perduta del calcio italiano

“Il caso Bastoni e la coerenza perduta del calcio italiano

Calcio italiano e non solo. Anche politica e spettacolo, per esempio. Vale per tutti: il confine tra critica e attacco personale è sempre più sottile. Nel calcio, il caso di Alessandro Bastoni rappresenta un perfetto prisma attraverso cui osservare una dinamica ormai ricorrente: la narrazione della "gogna mediatica" utilizzata in modo selettivo, cioè piegata a convenienze di parte più che a un'analisi coerente dei fatti.

Un passo indietro. Dopo l'episodio controverso legato all'espulsione di Kalulu in Inter-Juventus, il fronte nerazzurro (dai tifosi al presidente Marotta fino all'allenatore Chivu) ha parlato apertamente di "gogna mediatica" nei confronti del difensore che - particolare non trascurabile - già in campo si era auto-assolto, addirittura esultando all'ingiusta espulsione dell'avversario. E l'auto-assoluzione continua, denunciando la "gogna mediatica": un'espressione forte, quasi drammatica, che evoca un accanimento sistematico anche se la dimensione realmente più aggressiva si è sviluppata soprattutto sui social. Nei contesti più tradizionali - televisioni, radio, giornali - il tono è stato in larga parte diverso: analitico, critico ma non persecutorio. Le dichiarazioni di Bastoni, considerate da molti come un tentativo di chiarimento, sono state generalmente apprezzate, pur con un'ambiguità evidente: il difensore non ha mai pronunciato esplicitamente la parola "scusa". Questo dettaglio, tutt'altro che marginale, ha diviso opinione pubblica e commentatori. Ma divisione non significa necessariamente "linciaggio". Significa, piuttosto, esercizio del diritto di critica.

Il tema si è complicato ulteriormente ripensando alla prestazione di Bastoni in Bosnia-Italia. Schierato in un ruolo non suo e visibilmente lontano dalla migliore condizione fisica, ha disputato una gara negativa, culminata in un'espulsione che ha costretto la Nazionale a giocare in inferiorità numerica per gran parte dell'incontro, supplementari inclusi. Un episodio oggettivamente determinante, che ha inciso sull'andamento e sull'esito della partita. Anche qui, però, la reazione del mondo interista è stata compatta: Marotta ha parlato di "vergognoso linciaggio". Ma è davvero corretto parlare di linciaggio quando media e opinionisti si limitano a sottolineare un dato di fatto tecnico-tattico? Evidenziare che un'espulsione ha compromesso una partita rientra nella normale dialettica sportiva. Diverso è il discorso per le minacce e le offese sui social, che vanno condannate senza esitazioni. Ed è proprio qui che il tema si fa più serio e meno strumentale. Gli insulti, le minacce ed in genere i commenti lesivi della reputazione - rivolti ai calciatori o, ancor più gravemente, ai loro familiari - non possono essere derubricati a "rumore di fondo" del tifo. Dovrebbero essere perseguiti in maniera organica dalle istituzioni calcistiche, a partire dalla Lega, con strumenti chiari e coordinati. In assenza di un'azione sistemica, resta una responsabilità individuale: ogni persona colpita non ha soltanto il diritto, ma quasi il dovere civile di sporgere denuncia. Perché tollerare significa, in qualche misura, legittimare. Mescolare però questo piano - quello dell'illecito, del penalmente rilevante - con la critica tecnica o giornalistica rischia di creare una narrazione distorta.

Il tema della "gogna" assume contorni ancora più contraddittori se si allarga lo sguardo. Bastoni viene oggi descritto come vittima anche per i fischi ricevuti dai tifosi non interisti. Una dinamica che, in effetti, merita riflessione. Ma allora come interpretare i cori, ripetuti e pesanti, rivolti dai tifosi interisti a Gian Piero Gasperini, allenatore della Roma? Insulti gravi, volgari, che difficilmente possono essere giustificati come semplice "folklore da stadio". Eppure qui il concetto di gogna scompare. Non viene evocato, non viene denunciato con la stessa forza. Emerge, piuttosto, una evidente asimmetria: ciò che colpisce "noi" è linciaggio, ciò che parte da "noi" è tifo. Una logica di appartenenza che finisce per minare la credibilità stessa delle denunce. E un ulteriore elemento di riflessione arriva dalle parole di Marcus Thuram, che ha raccontato di essere rimasto profondamente colpito dalle critiche, dagli insulti e dalle minacce ricevute dopo Juventus-Inter, quando fu sorpreso a scambiare qualche parola e un sorriso con il fratello Khéphren Thuram, avversario in campo. In quel caso, la pressione non arrivava dall'esterno, ma dall'interno: dai tifosi della stessa Inter. Un "fuoco amico" che raramente viene definito gogna o linciaggio, e che invece rientra nella stessa categoria di comportamenti tossici denunciati altrove. Anche qui, il doppio standard è evidente.

Il link che unisce questi episodi è la mancanza di coerenza nel modo in cui vengono interpretati e raccontati. La parola "gogna" viene utilizzata come strumento retorico, più che come categoria oggettiva. Serve a difendere, a compattare, a spostare l'attenzione. Ma raramente viene applicata con criterio uniforme. Ma così il rischio raddoppia: da un lato si svuota il significato di termini che dovrebbero essere riservati a situazioni realmente gravi; dall'altro, si alimenta una polarizzazione che rende impossibile distinguere tra critica legittima e attacco personale. Il caso Bastoni, con tutte le sue sfaccettature, invita a una riflessione più ampia sul ruolo dei media, dei dirigenti e degli stessi tifosi. Denunciare gli eccessi è giusto. Anzi, doveroso. Ma farlo in modo selettivo, a seconda della convenienza, rischia di trasformare una battaglia di principio in una semplice strategia comunicativa.

Nel calcio - e non solo - la credibilità passa dalla coerenza. Ed è proprio questa, oggi, la vera partita ancora da giocare.

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